
Il giorno 30 aprile 2026 è stata vissuta la Veglia per il Lavoro in Cattedrale, alla presenza del vescovo Nicolò Anselmi e di varie persone e componenti di Associazioni diocesane e laiche.
La Veglia è stata preparata dalla Pastorale del lavoro, con incontri, i cui organizzatori e coordinatori sono stati Stefano Giannini e il diacono Luca Mussoni.
Presenti membri appartenenti ad Associazioni che da anni si sono ritrovati per preparare la Veglia, come impegno e responsabilità alla ricerca e all’approfondimento per dare priorità e dignità al lavoro inteso come bene per l’uomo.
Erano presenti: Acli provinciali Rimini, Comunione e Liberazione Rimini, Centro di Solidarietà (C.S.O.), Caritas, La Formica, Millepiedi, Confocooperative, Unione Cristiani Imprenditori Dirigenti, Compagnia delle Opere (rete imprenditoriale no profit di ispirazione cattolica).
Il tema è stato “Il senso del lavoro come bene dell’uomo”, che ha portato con sé alcune domande: quale Vangelo siamo chiamati a testimoniare nel lavoro, cosa c’entra la mia fede con il lavoro, quale compito educativo ci viene affidato.
Vi sono stati interventi, testimonianze, lettura della Parola e del Magistero, intervallati da canti molto significativi.

È stato dato spazio anche a testimonianze di immigrati che hanno raccontato come sono riusciti a trovare il senso del lavoro e, con l’aiuto di amici, sono riusciti concretamente nella loro ricerca anche quando lo stesso era difficile.
Molto profonda anche la testimonianza resa dall’imprenditore Pietro Borghini, presidente della Formica e dal giovane Samuele Rigoni.
Vi è stato a chiusura un intervento di contesto reso dall’avvocato milanese Franco Pizzelli (intervento che pubblichiamo qui di seguito).
La conclusione è stata affidata al Vescovo, al termine della quale è stato offerto un apericena organizzato dalla cooperativa sociale Diapason e dal consorzio Mosaico.
Giuliana Zangheri

COSA C’ENTRA LA FEDE CON IL NOSTRO LAVORO? intervento durante la Veglia
Cosa c’entra la fede con il nostro lavoro? Più radicalmente: qual è il senso del nostro lavoro e di tutto quello che il lavoro si “porta dietro”?
Questa domanda prima o poi inquieta tutti, e non ci basta la risposta più ovvia, la prima che viene alla mente: si lavora per vivere, per mangiare, per pagare il mutuo… Tutto questo è certamente, “tremendamente” vero, ma ancora non ci soddisfa: non può essere tutto qui, noi vogliamo di più!
Io non ho risposte. Confesso anzi un sottile disagio di fronte a certe esposizioni dottrinali, che, nel loro asettico ottimismo, rischiano di parlare del lavoro in modo forse troppo teorico, che stride con la concretezza della realtà quotidiana: una realtà fatta di gioie, di soddisfazioni, ma anche – come tutti sperimentiamo – di problemi e difficoltà.
Mi capita talora, tornando a casa la sera di qualche giornata più complicata delle altre, di trovarmi a ripetere tra me e me un piccolo Salmo, inserito nel libretto dei Canti delle Ascensioni, il Salmo 127:
Canto delle salite. Di Salomone.
Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori.
Se il Signore non vigila sulla città,
invano veglia la sentinella.
Invano vi alzate di buon mattino
e tardi andate a riposare,
voi che mangiate un pane di fatica:
al suo prediletto egli lo darà nel sonno.
Ecco, eredità del Signore sono i figli,
è sua ricompensa il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un guerriero
sono i figli avuti in giovinezza.
Beato l’uomo che ne ha piena la faretra:
non dovrà vergognarsi quando verrà
alla porta a trattare con i propri nemici.
Mi piace questo Salmo perché prende in considerazione il lavoro in ogni suo ambito: nulla viene trascurato dell’impegno dell’uomo (evocato da coppie di estremi che stanno a dire il tutto): la casa, cioè la dimensione privata e familiare, la città, cioè la dimensione pubblica, il lavoro salariato (si parla infatti di guadagnare il pane).
Amo questo Salmo perché evidenzia aspetti del lavoro che conosciamo bene: i ritmi frenetici (da mattina presto a sera tarda), la fatica, il pane da portare a casa, gli ostacoli, i conflitti e le ingiustizie (si parla di nemici!). Il salmista evoca anche i due principali desideri, gli obiettivi che perseguiamo col lavoro: pane e giustizia (la porta della città era proprio il luogo dove quest’ultima si amministrava).
La Parola di Dio non parla dunque di un lavoro astratto, idealizzato, ma di quella realtà concreta con cui ci confrontiamo quotidianamente, fatta di luci ma anche di ombre.
Sento questa Parola drammaticamente vicina, quando per ben tre volte – in modo martellante – ripete il termine “invano”, quasi a sancire quel senso di frustrazione e di inutilità che talora sperimentiamo di fronte al lavoro, specie quando ci mettiamo a fare bilanci.
Ritroviamo qui la stessa domanda da cui siamo partiti questa sera: Il nostro affannarci sotto il sole è dunque inutile, vano, come insinuava provocatoriamente (e forse anche ironicamente) il saggio Qoelèt? A che pro allora lavorare, impegnarci?
Neppure il Salmo 127 fornisce una risposta esplicita. Amo pensare che in questo modo voglia invitarci a coltivare l’interrogativo, a stare dentro le contraddizioni senza accontentarci di facili soluzioni: “Noi ci eleviamo verso Dio per mezzo delle domande che gli rivolgiamo” fa dire lo scrittore Elie Wiesel a un personaggio del suo romanzo autobiografico “La notte”.
Eppure, nel momento stesso in cui sembra proclamarne l’inutilità, paradossalmente, il Salmo lascia intendere che l’impegno, la fatica e persino gli ostacoli e le difficoltà che il lavoro comporta, acquistano un senso.
Il Salmo, infatti, alla domanda inquietante sul senso del lavoro, risponde a suo modo, presentando la sorprendente immagine di un Dio che è Lui il lavoratore, che si fa artigiano, costruttore, custode della città alternandosi nei turni di guardia, fornaio distributore del pane quotidiano. La nostra fatica di ogni giorno è preziosa, sembra dire il Salmo: se Dio stesso la condivide significa che ha un valore in sé, proprio nella sua apparente inutilità. Proponendo l’immagine di un Dio che interviene non a sostituirci, ma a lavorare con noi, un Dio che si fa nostro collega di lavoro, il Salmo insinua che proprio a condizione che sia inutile il lavoro acquista un senso! Purché si rinunci a programmare e possedere il risultato, si accetti la povertà dei riscontri di senso immediati.
Se davvero quello in cui credi è un Dio che si sporca le mani, che interviene nelle vicende e nella storia degli uomini e la conduce (anche se in modo che a volte ci sfugge) devi rinunciare a fare del tuo lavoro un mezzo per costruirti da solo il futuro: quello, il futuro, devi lasciarlo a Lui. Allora il lavoro diventa l’ambito dove, in concreto, ogni giorno prendi su di te la croce delle fatiche e delle contraddizioni, il luogo dove molto concretamente accetti di affidare il risultato e il senso, dove impari a consegnare il tuo futuro nelle mani di Dio.
Così la fatica e le delusioni del lavoro possono diventare persino provvidenziali, perché ci salvano dal complesso di Prometeo, ci costringono a tenere i piedi per terra, a prendere coscienza dei nostri limiti e delle nostre fragilità.
Tutto questo senza alimentare il disimpegno, perché siamo invitati a condividere il grande sogno di Dio, quel sogno descritto nei racconti della creazione di Gn. 1 e 2 e che consiste nell’associarci a Lui e al Suo lavoro, nel lavorare con noi alla salvezza, alla trasformazione del mondo secondo il Suo disegno, a “cercare il Regno di Dio trattando le realtà temporali”, come insegna il Concilio. Questo è il bene per l’uomo! Da qui l’urgenza dell’impegno, da qui la necessità per il cristiano della “perfezione dell’opera”, cioè del sentire come dovere addirittura religioso la professionalità e l’accuratezza del lavoro che è chiamato a svolgere (qualunque esso sia) secondo quanto richiesto dalla regola dell’arte (adombrata dal Salmo 127 evocando la sapiente opera del costruttore).
Così ci viene insegnato anche il grande valore sociale del lavoro, che intrinsecamente ha la valenza di metterci in relazione col mondo, con gli altri e con Dio. Evocando il dono dei figli che spalleggiano nelle contese giudiziarie, il Salmo allude poi a un’altra dimensione indispensabile del lavoro che è quella di combattere le ingiustizie, dentro e fuori gli ambiti lavorativi.
Possiamo allora fare nostra la grande preghiera che il capitolo 9 del libro della Sapienza (versi 9 e 10) attribuisce a Salomone (ancora lui: il costruttore, che proprio affidando il proprio futuro a Dio ha potuto compiere l’immane opera di edificare il tempio di Gerusalemme, la “casa di Dio tra gli uomini”):
Con te è la sapienza che conosce le tue opere,
che era presente quando creavi il mondo;
lei sa quel che piace ai tuoi occhi
e ciò che è conforme ai tuoi decreti.
Inviala dai cieli santi,
mandala dal tuo trono glorioso,
perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica.
È bello ricordare che secondo alcuni esegeti, l’ultimo versetto va tradotto alla lettera “mandala dal tuo trono glorioso perché si affatichi con me”: ormai sono proprio il lavoro, anche nei suoi aspetti più faticosi, e più in generale la vita, il luogo della presenza di Dio tra gli uomini!
Questa preghiera perché Dio lavori al nostro fianco nella trasformazione del mondo è stata esaudita dal Signore Gesù, che ha trascorso la maggior parte della sua vita facendosi nostro compagno di lavoro in modo quotidiano, nascosto e silenzioso. Così ha redento e salvato anche il nostro lavoro e ce ne ha mostrato la dignità e l’efficacia in qualche modo salvifica.
Nel suo romanzo “Una giornata di Ivan Denisovič” il premio Nobel Alexandr Solženicyn offre un’immagine potente del “senso del lavoro come bene per l’uomo” come lo abbiamo cercato di evocare questa sera. Racconta di come un internato nei Gulag staliniani, condannato ai lavori forzati in condizioni disumane, proprio ponendo ogni cura nel suo lavoro da schiavo, nel costruire un muro in modo perfetto, mattone su mattone, trovi il modo di riscattare e riaffermare la propria dignità.
Franco Pizzelli





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