A ME GLI OCCHI. A Rimini una mostra contro la violenza

È visibile fino a domenica 29 luglio la mostra diffusa “A me gli occhi. Uno sguardo vigile contro la violenza”. Curata da Sabrina Foschini e ideata e organizzata da Angela Piegari, la mostra è promossa nell’ambito del festival Cartoon Club, in collaborazione con il Coordinamento Donne Acli di Rimini e il progetto “Lascia un Segno”. Tredici artisti (Lucia Baldini, Paolo Buzzi, Luca Freschi, Alexa Invrea, Alessandro La Motta, Anna Lazzarini, Massimo Modula, Lucia Nanni, Pomelo, Gloria Salvatori, Laura Scarpa, Vorticerosa, Melissa Zanella) espongono le loro opere in locali ed esercizi commerciali del centro storico di Rimini.

“A me gli occhi” vuole riportare al centro del dibattito il problema tragicamente attuale della violenza sulle donne. Le opere degli artisti che “invadono” lo spazio consueto delle vetrine invitano a pause di riflessione. L’esposizione diventa così un breve percorso per attirare lo sguardo, aprire le coscienze, vigilare, puntare gli occhi sulla realtà anche nei suoi aspetti dolorosi.

L’intento della mostra diffusa non è didascalico né documentario, non ha la pretesa di proporre delle soluzioni, ma vuole invece segnare un punto poetico nella consapevolezza dell’intollerabile piaga sociale della violenza di genere, opporre la bellezza, la cultura, l’arte, alla bruttezza del mondo.

Luoghi: ANTICA DROGHERIA SPAZI (piazza Cavour), AGRODOLCE (via Sigismondo), FOYER (Vecchia Pescheria), LACERBA (via Gambalunga), LA VETRINA (piazza Ferrari), LUISA BOUTIQUE (via Gambalunga), MA-NIFATTURA (piazza Ferrari), NOSTRANO (via Sigismondo), OFFICINA DELLE ERBE (piazzetta Gregorio da Rimini), PLUSH (via Sigismondo).

 

 

Gli artisti e le opere

 

Lucia Baldini, Cursed love 2017

Il titolo è una dedica al lavoro dell’artista britannica Tracey Emin, conosciuta per le sue opere intimamente autobiografiche. “Amore maledetto” o come preferisce tradurlo Lucia: “Bestemmiato amore” è una installazione di busti e corsetti femminili, eredità di passate generazioni, ricamati con cifre e lettere peculiari. La pratica è quella antica di siglare i propri capi personali con le iniziali del nome, ma in questo caso riprende anche la catalogazione in cifre, degli indumenti di carcerati e prigionieri. Le lettere e i numeri apposti dall’artista, sopra oggetti intimi che simbolicamente toccano la pelle di chi li indossa, rappresentano sigle e date delle leggi che hanno segnato il lungo percorso dell’emancipazione femminile: voto, controllo delle nascite, convenzioni internazionali sui diritti della donna.

 

Paolo Buzzi, Parlami delle cicale 2011

Due fiori, o il loro fantasma, uniti per una foglia che s’intreccia al gambo, cristallizzati dentro una resina, una vernice densa che li imprigiona. Questa scultura lieve eppure raggelata, ricorda l’estate ma è sospesa in un inverno eterno. Il bianco che le ha rubato il colore, ne ha fatto una creatura irreale, innaturale, in cui la biologia si confonde con la chimica, la pianta vitale sembra essere ricavata dal calco gessoso di un’eruzione, dal fusto sepolto nella cenere. La linfa fluida che scorreva negli steli, gli insetti che nei prati assolati si sono posati sui loro petali, sono ricordi separati in un altro regno, testimoni di una frattura che non concerne soltanto il tempo.

 

Luca Freschi, Donna selva 2014

Un viso di donna franto e rigato dalle lacrime, incorniciato da una corona di foglie e fiori che allude alla selva oscura, il luogo esemplare per il nostro poeta dove smarrirsi. Il calco in terracotta ripete un volto reale, nelle ciglia che proteggono gli occhi, nelle pieghe e nell’attaccatura dei capelli, ma le crepe nella materia fanno pensare ad un trauma, un crollo di identità, una ferita interiore che riverbera sulla pelle. Due uccelli bevono le sue lacrime come ad una fontana e le beccano il viso, come una forma di pane caduta sul prato, come quelle briciole che nelle favole venivano lasciate lungo la strada, per ritrovare il cammino di casa.

 

Alexa Invrea, I con A 2016

Volti di donne iconici, figure che contengono un messaggio, una storia misteriosa. Ognuno di questi visi è interrotto da segni che vanno a invadere il loro campo, da rampicanti e strani vegetali che sovvertono i loro pensieri, uccelli neri che si alzano in volo e bolle di sapone come emblemi di leggerezza che svaniranno al sole. A volte il colore si sfrangia come un rossetto sbavato e ne cancella i tratti. Non conosciamo la biografia di queste figure, sono creature magiche o donne di tutti i giorni, i loro desideri, le loro paure e anche i ricordi prendono forma, si sovrappongono e complicano la mappa serena dei lineamenti. Tutte loro hanno qualcosa da raccontare, nessuna di loro lo dirà a parole.

 

Alessandro La Motta, Rapsodia di Afrodite 2016/2018

Queste teste di Afrodite, come reminescenze di statue classiche, che ritagliate nel rame diventano presenze contemporanee di un passato resistente, ci parlano dell’impassibilità di certi sguardi antichi. Discendono da quei primi volti scolpiti nel marmo che senza cambiare espressione, presentano i segni e le offese del tempo, nei nasi spaccati, nelle crepe che li attraversano, come se nessuna di queste mutilazioni potesse scalfirli. I corpi delle statue greche e romane, delle dee cadute, continuano a mostrare uno sguardo sereno sulle cose, attestano la loro vittoria sul tempo, il trionfo di una bellezza, che anche ferita, non potrà mai essere cancellata.

 

Anna Lazzarini, Nonbambole 2018

Laura Scarpa, Guardali in faccia 2018

Vorticerosa (Rosa Puglisi), bacidicasa 2018

Melissa Zanella, Esemplari di padri 2018

Il fumetto, l’illustrazione, il disegno al servizio di una storia si è ormai stancato di restare confinato nel recinto delle arti applicate, nell’universo dell’evasione, del divertimento. Da diversi anni ha riconquistato uno spazio che gli era dovuto per lignaggio, ha affrontato temi che sembravano indicibili. La biografia anche intima ed esistenziale è entrata di diritto nelle tavole, il racconto si è infittito e complicato anche nei tempi lunghi della graphic-novel e ha parlato un linguaggio esclusivamente adulto, dove la guerra, l’ingiustizia e la violenza poteva essere raccontata e disegnata. Quattro disegnatrici, vere abitanti di questo festival, si confrontano nello stesso spazio e affrontano il tema dell’abuso sulle donne, ognuna con i propri mezzi, con un segno che può essere pittorico, mobile da storyboard, sfumato nella matita, oppure contenuto nelle campiture decise della computer grafica, ma con la fermezza di centrare il bersaglio, guardare in faccia la realtà, ribadire che anche un personaggio fittizio, inventato, anche una tavola apparentemente innocua e piacevole può nascondere un messaggio sociale, spalancare il pensiero, comprendere una verità.

 

Massimo Modula, Indomito 2018

Una figura si allontana dal tendone di un circo, si toglie la grande maschera che gli aveva coperto il volto e sotto la testa fiera e feroce del leone, compare un uomo dal viso stanco, la pennellata si mescola nell’atmosfera di un tempo sospeso . Quest’opera non parla di violenza, ma della difficoltà di aderire ad un ruolo sociale, della necessità di interpretare un destino che non ci appartiene e nello specifico del genere maschile, di indossare o esibire una forza che a volte non si possiede. È così che il coraggio cade assieme al travestimento e la belva lascia il posto alla fragilità di un uomo qualunque, alla vulnerabilità con cui ogni essere umano è costretto a misurarsi.

 

Lucia Nanni, Lacrime 2015

Le donne e le dee sono sempre state legate alla tessitura, al filo che dipana e taglia il destino, al telaio che nel costruire una tela istoriata, sembra alludere ad una creazione più grande, quella di cui il genere femminile è depositario. Nel mito è nella storia è sempre la donna a reggere il filo, dentro e fuori il labirinto, nelle corti, nelle sfide che trasformano in ragno la perdente, nell’attesa di una rivelazione celeste. Queste immagini di antiche fotografie con donne anonime, ricostruite nel ricamo zigzagante della macchina da cucire, usata come una matita sul tessuto, sono tele destinali. Come Penelope che disfaceva di notte il lavoro del giorno, sembrano sciogliersi nei fili che ricadono in una trama che non sarà mai più esatta.

 

Pomelo, Maschera della notte 2017

A volte le radici del linguaggio presentano rivelazioni illuminanti. La parola latina per dire maschera è persona. La maschera è sempre stata per tutte le culture e in tutte le latitudini, uno strumento del rito, una porta capace di attraversare mondi, un travestimento per cambiare pelle e anima. Non occorre scomodare Pirandello per dire che tutti noi ne indossiamo una e soltanto attraversandola, squarciandola possiamo ritrovare il nostro vero volto. Questa creatura della notte, ricomposta pazientemente nella fettuccia che la disegna, con il lavoro che un tempo apparteneva al regno consueto del femminile, compone un volto che si accompagna alle forme notturne, al mistero, all’oscuro, l’imponderabile.

 

Gloria Salvatori, Sguardo celeste 2018

La violenza è disarmonia, squilibrio, rottura con la bellezza del mondo e con chi lo abita; il suo contrario è armonia, comunione con la natura, rispetto. Opporre l’arte alla bruttura è anche il cimento velleitario eppure necessario di questa esposizione. Il gesto poetico della fotografa che va a rintracciare nelle volute delle nuvole, nel naturale disegno del cielo, un possibile sguardo, l’impronta di occhi celesti, di una visione soprannaturale sulla nostra terra, sull’uomo, è un messaggio di speranza. Qualsiasi forma vogliamo dare agli occhi che dall’alto ci guardano, la possibilità di rintracciare, d’interpretare, questi “miracoli” della visione significa ritrovare un alleato, uno sguardo restituito, poter comprendere ed essere compresi dall’universo.