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Lug 08 2012

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Una riforma che deve ancora partire

Per ricostruire il Paese c’è bisogno di un progetto che metta al centro la dignità delle persone e il bene comune
di Paolo Ricotti – 05/06/2012 dal sito www.aclimilano.it
L’acuirsi e il permanere della crisi globale ha fatto sì che nel nostro Paese si riaccendesse il dibattito intorno alla riforma del mercato del lavoro. Volendo capire le ragioni di ciò, è facile immaginare che chi ipotizza la necessità di una riforma del lavoro pensa che la debolezza italiana risieda, in buona parte, nella mancata competitività che sarebbe generata da eccessivi costi e/o eccessivi vincoli per le imprese nei confronti della manodopera. Se queste sono le ragioni di una riforma del mercato del lavoro, non possiamo non negare le nostra perplessità. Perché l’Italia per ritrovare competitività e slancio deve affrontare diverse riforme. In primo luogo bisogna affrontare con serietà e determinazione il tema della corruzione. Un peso insopportabile dal punto di vista etico in primo luogo, ma anche dal punto di vista economico, soprattutto in un economia globalizzata dove il nostro sistema si trova a confrontarsi con il mondo esterno. Occorre una profonda riforma della burocrazia, odiosa soprattutto per i suoi tempi e le sue incertezze, una lotta seria e coerente agli sprechi, una riforma della scuola che attribuisca ben altre risorse alla formazione in Italia e consenta alle nuove generazioni, le vere risorse di questo paese, di acquisire competenze ma soprattutto fiducia nei propri mezzi. Invece oggi si parla in primo luogo di riforma di mercato del lavoro, proiettando su di essa aspettative oggettivamente troppo alte, soprattutto se si guarda a quanto ad oggi prospettato. Se infatti la riforma sarà quella che è stata presentata nelle scorse settimane (ma non ancora approvata), francamente non si comprende quale dovrebbe essere la portata storica e risolutiva della cosa. Ciò che è senza dubbio apprezzabile è il fatto che si torni a indicare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato come forma di impiego prevalente: nel dettaglio, nella proposta di riforma troviamo infatti alcuni provvedimenti tesi a combattere il fenomeno delle finte Partite Iva, vale a dire quei contratti mascherati da collaborazioni da libero professionista, qualche incentivo in più all’apprendistato ed un aumento, nella contribuzione fiscale prevista, per i contratti a tempo determinato, che andrebbero a costituire la cosiddetta ASPI (Assicurazione Sociale per l’Impiego), creata per andare a coprire i periodi di assenza di lavoro. Solo però per quanti un rapporto di lavoro subordinato, almeno per 2 anni, lo hanno avuto. Una formula più inclusiva dell’attuale Cassa Integrazione, ma che lascia fuori ancora tutto il vero precariato, fatto di collaboratori a progetto e di Partite IVA. Vi è poi la questione della variazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede la non licenziabilità senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti. La riforma prospettata di fatto non consente più al giudice di stabilire il reintegro in azienda in un licenziamento per motivi economici, salvo per manifesta infondatezza dei motivi addotti. Resterebbe quindi solo la possibilità di indennizzo pari a 12-24 mensilità. Oggettivamente non possiamo dire di trovarci di fronte ad una svolta epocale. Se da una parte è difficile comprendere perché le aziende dovrebbero rilanciare la propria attività e le proprie prospettive solo perché le più grandi e strutturate di esse, vale a dire una minoranza in Italia, hanno qualche margine in più per effettuare un licenziamento per motivi economici, dall’altra parte suscita perplessità una levata di scudi da parte sindacale verso una riforma così blanda. Piuttosto ci si aspetterebbe dai Sindacati una lotta per un rilancio della produttività in Italia che passi dalla qualità della formazione, dalla costruzione di un modello di welfare che accompagni la carriera lavorativa di ogni cittadino favorendo una flessibilità intelligente, dalla costruzione di percorsi incentivanti e premianti per le imprese che passano da contratti precari a contratti stabili. Come già ebbe a dire il Presidente Nazionale delle Acli, Andrea Olivero, possiamo anche essere d’accordo con l’affermazione del Presidente del Consiglio Mario Monti secondo cui il posto fisso è monotono (del resto ben pochi italiani al di sotto dei 50 anni fanno esperienza del posto fisso). Quello che però non è monotono è la certezza di avere un reddito alla fine del mese, su cui costruire un progetto di vita, di famiglia, di società. In fondo, ciò che manca a questo progetto di riforma è proprio l’inserimento in un quadro, in un patto tra Stato, cittadini, imprese, società civile, che metta al centro la dignità della persona e la centralità delle comunità e delle relazioni sociali. Per ricostruire davvero il Paese.

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