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Set 05 2012

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Martini: il pensiero del Presidente delle ACLI e alcuni scritti per conoscere meglio il suo pensiero.

Martini, “Olivero:il padre di un’intera generazione”
Venerdì, 31 Agosto 2012 18:59

di Redazione ACLI

«Uomo del dialogo. Maestro esigente e generoso». L’invito alle Acli: “Guardate con fiducia al futuro”

C’è «grande dolore per la perdita di un padre, ma insieme serenitàper la certezza che si è compiuta una vita ricca di amore, fede e speranza». Così il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, commenta la notizia della morte del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano.
«Il Card. Martini è stato il padre spirituale di un’intera generazione di cattolici, che hanno visto in lui il rigore della fede vissuta secondo il Vangelo e l’amore per il prossimo che accoglie, abbraccia, perdona. Non cesseremo di leggere i tanti suoi scritti e di ascoltare le sue riflessioni in cui ci esorta ad appassionarci allo studio della Parola, unica via per una vita che sia insieme contemplazione e servizio».
«Lo ricorderemo – continua Olivero – come uomo di dialogo, con i fratelli non credenti e di altre fedi (la sua “Cattedra dei non credenti” rimane una pietra miliare della Chiesa del Concilio) e con le Chiese e confessioni cristiane, in un autentico percorso ecumenico. Ma, ancor più, come maestro esigente ed insieme generoso per tutti i cristiani impegnati nel mondo. “La Chiesa non ha altro modo di essere nella società: la sua ambizione è di servire, a partire dagli ultimi” ci ha detto in tante occasioni, invitandoci a “mettersi alla scuola dei poveri, dei più poveri, stare con loro, condividere il più possibile con loro”».
Il presidente delle Acli ricorda infine l’invito che il cardinale rivolse all’associazione verso la fine del suo mandato: “Siate visibili e guardate con fiducia al futuro perché voi potete essere il tramite tra la Fede e la sua concretezza”. «Un impegno che tentiamo di onorare ogni giorno, con i nostri limiti, nelle azioni e nelle parole».

 

NELLA GIORNATA DEI FUNERALI DEL CARDINAL MARTINI … segnaliamo dei link
e alcuni dei suoi scritti per conoscere meglio il suo pensiero.

Cardinale Martini e fine vita

Quella domanda a Milano e alla Chiesa    4  09  2012   Il sussidiario
http://www.ilsussidiario.net/News/Milano/2012/9/4/MARTINI-Quella-domanda-a-Milano-e-alla-Chiesa-che-vorremmo-dimenticare/317364/

Il cardinale è morto di Parkinson non di eutanasia –  Il sussidiario   1 settembre
http://www.ilsussidiario.net/News/Milano/2012/9/1/COLOMBO-SU-MARTINI/316741/
Il sussidiario   02 09 2012

http://www.ilsussidiario.net/News/Milano/2012/9/2/MARTINI-Quel-pensiero-laico-che-vuol-farne-il-cappellano-del-Corriere-e-di-Repubblica/316760/

Ultima intervista  – Corriere della Sera
http://www.corriere.it/cronache/12_settembre_02/le-parole-ultima-intervista_cdb2993e-f50b-11e1-9f30-3ee01883d8dd.shtml

Ridicolo accusarlo di relativismo  –  Corriere della Sera
http://www.corriere.it/cronache/12_settembre_02/Cosi-l-ho-visto-andare-incontro-al-Signore_34695e32-f512-11e1-9f30-3ee01883d8dd.shtml

Lettere al cardinale  –  Corriere della Sera
http://www.corriere.it/cultura/speciali/2009/martini01/notizie/martini27032011_0ea0723e-f383-11e1-a75f-a4fc24328613.shtml

Morte di Martini    Corriere della Sera
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_agosto_30/carlo-maria-martini-la-vita-e-le-opere-2111629097275.shtml

Commento alla lettera di Carron   –   Linea equilibrata e cristiana –  Il sussidiario   06 09 12
http://www.ilsussidiario.net/News/Milano/2012/9/6/CARRON-SU-MARTINI-Cl-e-il-cardinale-due-voci-un-solo-pezzo-di-umanita-ferita/2/317995/

Una federazione di popoli diversi   Galli della loggia   Corriere   02  09 12
http://www.corriere.it/editoriali/12_settembre_02/federazione-popoli-diversi-galli-della-loggia_119305b8-f4c5-11e1-9f30-3ee01883d8dd.shtml

Lettera di Carron  – Corriere  04  09 2012
http://www.corriere.it/cronache/12_settembre_04/martini-cl-carron-addolorato_8e78f1e4-f66b-11e1-ac56-9abd64408884.shtml

Lettera di Carron  – tratta dal Corriere della Sera    Il sussidiario   04 09 2012
http://www.ilsussidiario.net/News/Milano/2012/9/4/MARTINI-Carr-n-sono-addolorato-potevamo-collaborare-di-piu/2/317471/

Commento di Riccardi    5 9 12   Agenzia ASCA
http://www.asca.it/news-Card_Martini__Riccardi__a_esequie_Paese_poteva_essere_piu__rappresentato-1192697-POL.html

Il miracolo della carità  – Il sussidiario 05 09 2012   
http://www.ilsussidiario.net/News/Milano/2012/9/5/CARRON-SU-MARTINI-Franco-Loi-il-miracolo-della-carita/317848/

CARLO MARIA MARTINI LETTERA PASTORALE (1990-1991) EFFATÀ, APRITI

 

[0]       Vi racconto

un’esperienza. Questa Lettera pastorale era partita bene. Mi veniva giù quasi di getto. Scrivevo con una certa noncuranza, quasi con innocenza.

Sfioravo i problemi più gravi con tanta facilità, come uno sciatore lanciato al volo lungo una pista difficile. Dicevo tra me: “Com’è bello e com’è facile comunicare, quando si ha davvero qualcosa dentro!”.

Poi ho fatto leggere il primo abbozzo a tante

persone sperimentate e competenti. Hanno apprezzato il lavoro, il tema, il modo di trattarlo. Hanno sentito che era importante e urgente. Ma insieme mi hanno comunicato centinaia di osservazioni minute e preziose

(tralasciare questo, aggiungere quello, sottolineare quell’altro, chiarire un paragrafo, riscriverne un altro). Ho cominciato a farlo diligentemente e mi sono accorto che stavo perdendo la scioltezza.

Prendevo coscienza del fatto che le cose da dire

su questo argomento (come su ogni altro tema importante e complesso) sono tantissime; che volendo essere stringati si diventa ermetici; che volendo spiegare e giustificare tutto si diventa pedanti, ecc. E mi sono detto: “Com’è difficile comunicare davvero ciò che uno ha dentro!”.

Ecco, vorrei che tutti voi approfittaste di questa mia esperienza (non nuova, ma che ogni volta mi costa come se fosse la prima): comunicare è difficile, richiede un va e vieni dialogico, interlocutori pazienti, benevoli e attivi.

Vi suggerisco dunque questo esercizio: leggete,

fin dove vi riesce, queste pagine che ho scritto con amore. Leggendo, individuate le frasi, i paragrafi che “passano” subito, che vi dicono qualcosa, che vi svegliano dentro, e dite: “Qui il nostro vescovo è riuscito a comunicare!”. Individuate anche le pagine che “resistono”,

che appaiono ostiche e difficili o astratte o lontane dalla vostra vita, e dite: Qui non è riuscito, si è irrigidito, ha perso la scioltezza. Io però come direi la stessa cosa in forma più sciolta e immediata?”.

Ne verrà fuori un vero e proprio “esercizio di comunicazione”. In parte recepirete ciò che ho voluto dire, in parte ve lo ridirete con parole vostre, e sarà ancora meglio. Avremo così dato il via a una comunicazione attiva, reciproca, non semplicemente a una lettura passiva e rassegnata. Avrò già raggiunto un bel risultato, e ne sarò contento.

Affido questa Lettera a tanti “comunicatori di gioia e di santità” che ricordiamo quest’anno in maniera particolare: san Gregorio Magno nel XIV centenario dell’ordinazione episcopale (590); san Bernardo di Chiaravalle nel IX centenario della nascita (Z090); sant’Ignazio di Loyola nel V centenario della nascita (1491) e nel 450° anniversario della fondazione della Compagnia di Gesù (1540); san Giovanni della Croce e san Luigi Gonzaga nel IV centenario della morte (1591); santa Margherita M. Alacoque nel III centenario della morte (1690); il cardinale John Henry Newman nel I centenario della morte (11 agosto 1890) e santa Teresa di Gesù Bambino nel I centenario della professione religiosa (8 settembre 1890). Se il loro nome e la loro memoria sono giunti hno a noi, è perché hanno saputo comunicare al mondo qualcosa di valido. Anche noi siamo chiamati a metterci in fila con loro.

 

[1]       “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole” (Gen 11, 1). Così la Bibbia idealizza quei primordi felici in cui gli uomini si potevano intendere con facilità e spontaneità. Ma impegnati in un gigantesco sforzo che avrebbe dovuto consacrare la loro

onnipotenza tecnologica, gli uomini non seppero reggere alla tensione: si confusero e poi si dispersero. Tale confusione è considerata dalla Bibbia un castigo divino, che lega per sempre al nome di una città il simbolo della confusione dei linguaggi e della fatica che gli uomini e

le culture fanno a intendersi tra loro: “La si chiamò Babele, perché il Signore confuse la lingua di tutta la terra” (Gett 11, 9). Babele rappresenta dunque l’impossibilità di

tutti gli umani a parlare tra loro con un unico linguaggio. Essa evoca segnali che si accavallano, si confondono ed elidono a vicenda. Babele è il luogo degli appuntamenti mancati: le lingue non si intendono, gli equivoci si moltiplicano e la gente non si incontra. Al massimo ci si

urta, ci si irrita a vicenda, ciascuno si lamenta perché l’altro non l’ha capito.

Babele è il simbolo della non-comunicazione della fatica e delle ambiguità a cui è soggetto il comunicare sulla

terra.

Babele è anche il simbolo di una civiltà in cuila moltiplicazione e la confusione dei messaggi porta al fraintendimento.

Nasce di qui la domanda angosciosa: come ritrovare nella Babele di oggi una comunicazione vera, autentica, in cui le parole, i gesti, i segni corrano su strade giuste, siano raccolti e capiti, ricevano risonanza e simpatia?

E’ possibile incontrarsi in questa Babele, inserire anche in una civiltà confusa luoghi e modi di incontro autentico? è possibile comunicare oggi nella famiglia, nella società, nella Chiesa, nel rapporto interpersonale? come essere presenti nel mondo dei mass-media senza essere travolti da uomini di parole e da un mare di immagini? come educarsi al comunicare autentico anche in una civiltà di massa e di comunicazioni di massa?

 

[2]       A tante domande sulla malattia del comunicare umano contrapponiamo ora una scena di risanamento. Contempliamo Gesù nel momento in cui sta facendo uscire un uomo dalla sua incapacità a comunicare. Si tratta della guarigione del sordomuto raccontata in Mc7, 31-37. S. Ambrogio chiama questo episodio – e la sua ripetizione nel rito battesimale – “il mistero dell’apertura”: “Cristo ha celebrato questo mistero nel Vangelo, come leggiamo, quando guarisce il sordomuto” (I misteri, I, 3).

Dividiamo il racconto in tre tempi: la descrizione del sordomuto, i segni e gesti di apertura, il miracolo e le sue conseguenze.

1. La narrazione evangelica precisa anzitutto il disagio comunicativo di quest’uomo. E’ uno che non sente e che sì esprime con suoni gutturali, quasi con mugolìi, di cui non si coglie il senso. Non sa neanche bene cosa vuole, perché è necessario che gli altri lo portino da Gesù. Il caso è in sé disperato (7, 31-32).

2. Ma Gesù non compie subito il miracolo. Vuole anzitutto far capire a quest’uomo che gli vuol bene, che si interessa del suo caso, che può e vuole prendersi cura di lui. Per questo lo separa dalla folla, dal luogo del vociferare convulso e delle attese miracolistiche. Lo porta in disparte e con simboli e segni incisivi gli indica ciò che gli vuol fare: gli introduce le dita nelle orecchie come per riaprire i canali della comunicazione, gli unge la lingua con la saliva per comunicargli la sua scioltezza. Sono segni corporei che ci appaiono persino rozzi, scioccanti. Ma come comunicare altrimenti con chi si è chiuso nel proprio mondo e nella propria inerzia ? come esprimere l’amore a chi è bloccato e irrigidito in sé, se non con qualche gesto fisico? Notiamo anche che Gesù comincia, sia nei segni come poi nel comando successivo, con il risanare l’ascolto, le orecchie. Il risanamento della lingua sarà conseguente.

A questi segni Gesù aggiunge lo sguardo verso l’alto e un sospiro che indica la sua sofferenza e la sua partecipazione a una così dolorosa condizione umana. Segue il comando vero e proprio, che abbiamo scelto come titolo di questa lettera:

“Effatà” cioè “Apriti!” (7, 34). E’ il comando che la liturgia ripete prima del Battesimo degli adulti: il celebrante, toccando con il pollice l’orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca chiusa, dice: “Effatà, cioè: apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio” (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti, n. 202).

3. Ciò che avviene a seguito del comando di Gesù è descritto come apertura (“gli si aprirono le orecchie”), come scioglimento (“si sciolse il nodo della sua lingua”) e come ritrovata correttezza espressiva (“e parlava correttamente”). Tale capacità di esprimersi diviene contagiosa e comunicativa: “E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano”.

La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come l’acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si diffondono per le valli e le cittadine della Galilea: “E, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”“ (7, 35-37).

In quest’uomo, che non sa comunicare e vienerilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare nterpersonale, ecclesiale, sociale. Possiamo anche individuare le tre parti di questa Lettera: 1. rendersi conto delle proprie difficoltà comunicative; 2. lasciarsi toccare e risanare da Gesù; 3. riaprire i canali della comunicazione a tutti i livelli.

 

[3]       Il comunicare autentico non è solo una necessità per la sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. E’ anche un dono, un traguardo da raggiungere, una partecipazione al mistero di Dio che è comunicazione.

Tutte queste riflessioni ci inducono a dedicare un biennio del nostro cammino pastorale al tema del comunicare. Non è un tema accessorio o “di lusso”. Si tratta di una condizione dell’essere uomo e donna e dell’essere Chiesa.

Il tema si pone in continuità con il triennio educare 1987-1990 (Dio educa il suo popolo, Itinerari educativi, Educare ancora) e con i primi cinque programmi pastorali 1980-1986 (La dimensione contemplativa della vita, In principio la Parola, Attirerò tutti a me, Partenza da Emmaus, Farsi prossimo). Non mi dilungo a spiegare questa continuità. Essa apparirà più chiara nella terza parte della presente Lettera.

Rifletteremo sulla realtà del comunicare per un biennio. In questo primo anno, ci occuperemo delle condizioni generali del comunicare umano; nel 19911992 considereremo il mondo dei mass-media e il nostro posto in questo pianeta difficile.

La presente Lettera è divisa in tre parti che si rifanno al noto trinomio vedere, giudicare, agire, con l’avvertenza che il giudicare o “valutare” è connesso con l’ascolto e la contemplazione del mistero di Gesù, fonte di ogni giudizio giusto.

Le tre parti della Lettera corrispondono alle tre parti della narrazione del sordomuto guarito (Mc 7, 31-37)

 

[4]       Perché il tema del comunicare, che è un tema di sempre, è particolarmente attuale in questo inizio degli anni ‘90?

Sottolineo alcune occasioni provvidenziali che caratterizzano questo momento storico.

La prima riguarda il continente europeo. Siamo oggi interpellati da quella straordinaria possibilità di futuro che il Papa ha chiamato con il nome di “Europa dello spirito” (cf Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede, 12 gennaio 1990). E’ necessario, perché tale Europa sia possibile, un grande sforzo comunicativo tra i paesi europei, tra l’est e l’ovest, tra il nord e il sud d’Europa. Tale impegno tocca da vicino la vita delle Chiese: è un impegno di comunicazione ecumenica ed è insieme impegno di operare a favore di condizioni di vita in cui la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente siano assicurate per tutti. Questo impegno è stato assunto dai rappresentanti delle Chiese europee a Basilea nel maggio dell’anno scorso 1989. Senza un salto di qualità nella nostra capacità di comunicare, non coglieremo questa occasione provvidenziale e forse unica della nostra storia.

La seconda occasione è data dalla presenza sempre più consistente anche nella nostra diocesi di persone provenienti dal terzo mondo.

La comunità cristiana è chiamata in causa non solo per le emergenze assistenziali, ma anche e soprattutto per preparare le basi di una Europa multirazziale capace di vivere in pace e giustizia, superando i rischi dei ghetti e dei conflitti razziali che simili fenomeni portano con sé.

La terza è la preoccupazione recentemente

espressa dalla Chiesa italiana sul rapporto nord-sud anche nel nostro paese, con la Lettera sulla questione meridionale dell’ottobre 1989.

Commentando tale lettera nel discorso di sant’Ambrogio, del 6 dicembre 1989, ricordavo che essa ci impegna anche a rapporti di mutua comprensione, fraternità, accoglienza. Gli eventi degli ultimi mesi non hanno reso più facile questo compito. La lettera che la Conferenza Episcopale Italiana promulgherà per gli anni ‘90 sul tema della carità dovrà trovarci preparati a questo esercizio di comunicazione fraterna.

La quarta occasione è quella della preparazione ormai imminente al grande giubileo dell’anno 2000. Il Papa ne ha parlato dalla sua prima Enciclica. Vogliamo vivere questa vigilia del terzo millennio in uno sforzo non solo di apertura verso tutti ma pure di rinnovata capacità a comunicare il Vangelo nel contesto della “nuova

evangelizzazione”. Tale comunicazione della fede non può prescindere da quel mondo dei mass-media che sempre più diventa lo scenario consueto della cultura europea e che minaccia di inghiottire con la sua potenza ogni messaggio non omogeneo a una cultura della concorrenza e del successo.

Perché sia possibile una comunicazione autentica del messaggio in una Europa “mediatizzata”, in un mondo che sta raggiungendo la dimensione del “villaggio”, occorre che noi ci impegniamo a migliorare in tutti i campi le nostre capacità comunicative per metterle al servizio del Vangelo.

 

[5]       “Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito

sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con

sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai

suoi piedi ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere

i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che

camminavano, i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele”

(Mt 15, 29-31). “… e pieni di stupore dicevano: Ha fatto bene ogni

cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!” (Mc 7, 37).

Queste parole dei vangeli mi ricordano lo choc

provato durante la visita a Varanasi (Benares), la capitale religiosa

dell’India.

Lungo la discesa che porta al fiume Gange, prima

di giungere all’ultima scalinata dove si discende per il bagno sacro,

sono ammassati in mezzo alla strada centinaia di miserabili: storpi,

lebbrosi, paralitici, ciechi… Si agitano incessantemente, gridano,

tendono le mani ai passanti per avere un poco di elemosina. Si muovono

a fatica, aggrappandosi a una ringhiera di legno che passa per il

centro della strada e permette loro di tirarsi con le mani e scivolare

sul terreno per ottenere un posto migliore per chiedere l’elemosina. E’

una visione che toglie il fiato! Nessuno di loro parla con chi gli sta

accanto, nessuno sembra pensare al suo vicino e alle sue immense

sofferenze. Ciascuno cerca di farsi notare più dell’altro con grida e

gesti, così da attirare su di sé l’attenzione dei pellegrini.

Ripenso spesso a questo triste spettacolo quando

considero la folla delle incomunicabilità umane che si toccano l’una

con l’altra ma non si parlano, ciascuna tesa verso una impossibile

realizzazione del suo desiderio.

 

[6]            Qualcuno tuttavia mi dirà: “Non esageriamo

con queste immagini tetre! Noi sappiamo comunicare e non abbiamo da

chiedere niente a nessuno”.

 

E’ vero che ci sono tanti bei momenti comunicativi anche nella

nostra società. Si pensi ad esempio alla facile comunicazione che di

solito esiste tra genitori e figli negli anni dell’infanzia e della

fanciullezza. Ma sono proprio questi momenti belli che ci fanno capire

che in tanti aspetti della vita le cose non vanno proprio come

dovrebbero andare.

Proviamo a fare una piccola esplorazione al di

là della facciata. Quanta voglia frustrata di comunicare e quanta

stizza e anche rabbia di non saper comunicare c’è dentro di noi e

intorno a noi!

 

[7]       “Non sono in pace con me stesso. Sono in

contraddizione con me stesso. Non mi riesce di esprimere i miei

sentimenti come vorrei. Debbo mandar giù e reprimere, e questo alla

lunga mi logora e mi deprime… Non mi capisco, sento dentro tanta

confusione . . . “ .

Queste espressioni non sono inventate. Sono un

repertorio di ciò che sentiamo dentro di noi o ci viene comunicato in

confidenza da altri o cogliamo dietro il viso rabbuiato e teso dei

nostri amici. La fatica a vivere dentro di sé, a livello personale, una

limpida comunicazione tra pensiero e cuore, tra desideri e azioni, tra

sogni e realtà, tra sentimenti e espressione esterna, tra malumori e

sfoghi, è qualcosa che ci portiamo dentro e che talora ci è divenuta

così connaturale da pensare che non vi sia rimedio alla “piccola

nevrosi” che ogni essere umano deve sopportare. Ma quando leggiamo, per

esempio, qualche vita dei santi o una loro autobiografia o quando

incontriamo qualche persona da cui traspare una grande limpidità,

dominio di sé e pace, allora intuiamo che esiste un modo diverso di

vivere, che esso ci sarebbe più connaturale, ma…

 

[8]       La fatica del comunicare nel rapporto di coppia e

nel rapporto genitori-figli (dopo che essi hanno raggiunto una certa

età) è così proverbiale che stimiamo felici eccezioni quelle coppie o

quei genitori che dicono di non aver problemi a questo riguardo. Anzi

li riteniamo su questo punto poco credibili, desiderosi di mostrare una

facciata diversa da quella che invece è la fatica quotidiana che tutti

sperimentiamo. Eppure sarebbe possibile migliorare notevolmente il

tessuto comunicativo all’interno della famiglia se soltanto volessimo

crederci un po’ di più e investire un po’ di sforzo su un punto che è

essenziale per la sanità e la gioia della vita.

Non parliamo poi dei casi in cui tale rapporto

viene infranto e la comunicazione appare totalmente bloccata: sono i

casi che finiscono nel divorzio o comunque nel crollo dei rapporti di

coppia (nel mondo occidentale siamo da un terzo alla metà delle unioni

matrimoniali fallite). Nel caso dei figli abbiamo le rotture

drammatiche provocate dalla droga o da scelte asociali; anche quando

non si arriva a tali eccessi la conflittualità o almeno il blocco

comunicativo, ii mutismo tra genitori e figli dopo i

quindici- diciassette anni raggiunge livelli alti e preoccupanti.

 

[9]       Le esperienze di fatica nel comunicare tra loro da

parte dei diversi soggetti sociali è talmente grande che ci siamo quasi

rassegnati a una conflittualità permanente tra gruppi con interessi

diversi sia a livello economico che a livello culturale e soprattutto

politico. Non è che una certa conflittualità, se contenuta entro i

giusti livelli, sia sempre un male. Ma il tasso odierno di litigiosità,

esasperato non di rado dagli organi della comunicazione di massa, ha

raggiunto limiti che sembrano indicare una certa “nevrosi sociale”.

Esso affatica gli operatori sociali, economici e politici, molto più

del lecito, crea nell’aria un clima di instabilità e di conflitto che

impedisce di godere anche delle cose belle che la vita e la società pur

ci offrono.

 

[10]     Anche la Chiesa appare spesso non sciolta nel suo

comunicare quotidiano. Il livello di litigiosità della società civile

si trasmette in parte anche alle istituzioni ecclesiastiche. Non di

rado si comunica con difficoltà all’interno, ad esempio, della

parrocchia: tra parroco e preti collaboratori, tra preti e Consiglio

pastorale, tra parrocchia e movimenti, tra i diversi gruppi di fedeli e

le diverse categorie sociali e culturali (per esempio: vecchi residenti

e nuovi immigrati). Un sintomo di questa fatica comunicativa è dato

anche dal moltiplicarsi di piccoli gruppi omogenei atti a facilitare la

comunicazione al loro interno. Tale rimedio si rivela giusto solo in

parte, perché un’intesa di gruppo ricercata per se stessa rischia poi

di esprimersi all’esterno in chiusura verso altre realtà ecclesiali e

quindi non risolve il problema se non al primo livello della

comunicazione interpersonale.

Anche la comunicazione della fede, che pure è un

compito primario della comunità cristiana, appare spesso titubante e

incerta. I genitori fanno fatica a comunicare la loro fede ai figli,

specialmente dopo una certa età, i credenti sono imbarazzati a parlare

di fede ai non credenti.

E’ questo uno dei problemi più drammatici della

nostra cultura occidentale, che sembra essere entrata in un “mutismo di

fede” che rasenta la paralisi.

 

[11]     Se poi e saminiamo quel fenomeno che pure dovrebbe

costituire nella odierna società un collante sociale di prim’ordine,

cioè la comunicazione di massa, vediamo che essa sembra avere da tempo

abdicato a questa sua funzione per divenire cassa di risonanza, anzi di

ampliamento di tutti i conflitti, anche di quelli interpersonali. A

partire dalla cronaca spicciola, in particolare la “cronaca nera”, fino

alla comunicazione riguardante i grandi fenomeni politici, il

linguaggio e il tono degli strumenti della comunicazione di massa

(radio, quotidiani, settimanali, televisione) tende sempre più a

suscitare sensazioni forti ed eccitanti per “vendere” meglio e più di

altri le informazioni. La cosa diviene più preoccupante quando la

“cassa di risonanza” appare legata a interessi forti e occulti.

Puntando sul sensazionale, calcando sui

particolari che suscitano attrazione, disgusto, ribrezzo, pietà, si

genera una inflazione dei sentimenti e nello stesso tempo un

accresciuto bisogno di emozioni sempre più elettrizzanti.

Emerge anche un problema inquietante: queste

logiche della comunicazione di massa fino a che punto tendono a

plasmare e a rendere più diflicile la stessa comunicazione

interpersonale?

 

[12]     Ritornando dunque alla domanda iniziale sulla

“folla delle solitudini” possiamo concludere che, pur potendo noi

contare, grazie a Dio e al nostro residuo di sanità mentale e umana, su

non poche comunicazioni che ancora “avvengono”, in realtà c’è una

miriade di canali comunicativi che, a partire dai nostri rapporti

interpersonali, sono bloccati o ingorgati. C’è davvero una folla di

solitudini che gridano il loro bisogno di essere risanate.

Per questo ci rivolgiamo in questa Lettera e in

questo programma pastorale a Gesù, Signore e maestro della

comunicazione umana, che “ha fatto udire i sordi e parlare i muti”,

perché ci assista in questo cammino verso il ristabilimento di

comunicazioni più autentiche tra noi e in tutta la nostra società.

 

[13]     A questo punto non vorrei che il lettore pensasse

che, per il risanamento dei nostri blocchi comunicativi, gli si

proporrà una via astrusa, pedante e difficile. Neppure vogliamo

sostituirci ai manuali che trattano a lungo della comunicazione

interpersonale e sociale, dei suoi disturbi e dei rimedi. Lasciamo a

ciascuno il suo mestiere. Io parlo come vescovo e mi limito a indicare

quei punti nodali che possono aiutare a cambiare direzione nella vita.

Mi interessa perciò rispondere ora alla domanda: che cosa sta alle

radici della “folla di incomunicabilità”, che abbiamo sopra richiamato?

Non parlo delle radici propriamente strutturali, riferibili ad esempio

alla imperfezione dei mezzi di comunicazione umana, né di radici in cui

appare chiara una deviazione morale maliziosamente intesa, come nel

caso della menzogna e della falsità. Parlo di qualcosa di più subdolo e

pervasivo.

 

[14]     E’ sempre pericoloso semplificare in una mate- ria

così complessa. Ardisco farlo perché ritengo che c’è una ragione di

fondo a cui si possono riportare molti insuccessi e fallimenti nella

comunicazione.

Si tratta di una falsa idea del comunicare umano

che sottostà a tanti tentativi falliti di entrare in comunicazione con

l’altro. Tale falsa visione non è sbagliata per difetto, cioè per una

carente visione dell’ideale comunicativo. E’ sbagliata piuttosto per

eccesso: vuole troppo, vuole ciò che il comunicare umano non può dare,

vuole tutto subito, vuole in fondo il dominio e l1 possesso dell’altro.

Per questo è profondamente sbagliata, pur sembrando a prima vista

grandiosa e affascinante. Che cosa c’è infatti di più bello di una

fusione totale di cuori e di spiriti? che cosa di più dolce di una

comunicazione trasparente, in perfetta reciprocità senza ombre e senza

veli? Ma proprio in tale ideale si cela una bramosia e una

concupiscenza di “possedere” l’altro, quasi fosse una cosa nelle nostre

mani da smontare e rimontare a piacere, che tradisce la voglia oscura

del dominio.

 

[15]     Sarebbe interessante analizzare questa “bramosia di

possesso” nelle sue radici culturali: come frutto cioè di quella

“razionalità strumentale”, tipica delI epoca moderna che identifica il

“sapere” con il “potere” e che diviene “volontà di potenza” promuovendo

un imperialismo della soggettività da cui può sgorgare ogni sorta di

strumentalizzazione e cattura dell’altro.

Non possiamo approfondire tale tema, del resto

già spesso trattato nella saggistica contemporanea. Ml limiterò a dare

tre esempi di come una volontà di potenza tende a ispirare rapporti non

di scambio ma di dominio a partire dal modo stesso di guardare alla

natura e al creato.

 

[16]     La crisi ecologica da tutti denunciata ha alla sua

radice un rapporto strumentale violento tra uomini e natura. I tempi e

i modelli della produzione e del consumo forzano i tempi biologici fino

a farli saltare. Impariamo a nostre spese che neppure la natura è un

oggetto totalmente disponibile e che occorre avvicinarla con spirito di

attenzione e dialogo, non di dominio.

Ci lamentiamo tanto della violenza e della

aggressività nei rapporti interpersonali e sociali. Anche qui ci

troviamo di fronte a una volontà di dominio dell’altro che non rifugge

da mezzi drastici purché utili a raggiungere un fine che viene

considerato come necessario o almeno utile a me e al mio gruppo. Così

si spiega tanta disinvoltura nella lotta politica, tanto carrierismo,

tanta facilità a passare dai mezzi leciti a quelli illeciti nella

concorrenza. Si pensa di poter ottenere con qualsiasi mezzo ciò che si

vuole.

Su questo sfondo più generale si colloca poi

quella che potremmo chiamare la fretta di comunicare, propria

soprattutto dei giovani e di tutti coloro che non hanno ancora imparato

a rispettare i ritmi della persona propria e altrui. Come la natura ha

dei ritmi che non si possono forzare se non a prezzo di ritorsioni,

così, e a maggior ragione, la persona non può essere avvicinata se non

nel rispetto della sua soggettività e iniziando un dialogo rispettoso

che permetta una comunicazione autentica.

Questi e altri esempi mostrano che alle radici

di tanti fallimenti comunicativi sta un atteggiamento di fondo che

pervade il rapporto umano, anche quello con le cose inanimate, e che è

una deviazione dal vero concetto del comunicare: un voler possedere,

dominare, sfruttare, identificare con sé. Tutte scimmiottature della

vera comunicazione.

 

[17]     “Queste due cose uccidono l’anima: la disperazione

e la falsa speranza” dice s. Agostino. Ciò vale anche per la

comunicazione: una falsa speranza di comunicare assorbendo in qualche

modo l’altro e rendendolo perfettamente omogeneo a sé porta, a un certo

punto, a disperare di riuscire a comunicare in maniera autentica; così

si rompono le amicizie, fanno naufragio i matrimoni, nasce la

diffidenza e la stanchezza là dove c’era l’alleanza e la fiducia.

C’è però un’altra alternativa: è quella che

vogliamo proporre in queste pagine e percorrere nel nostro cammino di

quest’anno.

Imparare a comunicare in maniera corretta

aprendosi all’ascolto del “vangelo della comunicazione”, alla “buona

notizia” di un comunicare arduo, ma possibile, quello offertoci dal Dio

vivente nell’atto stesso del suo comunicarsi a noi.

Gesù “che ha fatto udire i sordi e parlare i

muti” (Mc 7, 37) viene a noi come maestro della comunicazione, se ci

disponiamo a seguirlo nel cammino di speranza che egli ci propone.

Questa è anche la preghiera che la Chiesa fa sul

bambino dopo il Battesimo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e

parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola e di

professare la tua fede a lode e gloria di Dio Padre” (Rito del

Battesimo dei bambini, n. 74).

 

[18]            Accingendomi a scrivere questa seconda parte

della Lettera risento quel disagio che mi prende ogni volta che devo

invitare altri a contemplare qualcosa del mistero di Dio. Il mistero è

là, nuovo e sigillato, come il roveto ardente. Eppure le parole che noi

usiamo ci sembrano trite, un po’ sempre le stesse, e chi legge dice:

“Ma si tratta delle solite cose!”. E intanto il roveto ardente è là e

nessuno si avvicina sul serio né si lascia bruciare da esso.

Ora qui il roveto ardente è addirittura il

mistero della Trinità. Non c’è infatti vera comunicazione interumana se

non a partire da quella realtà da cui, in cui e per cui l’uomo e la

donna sono stati creati, cioe il mistero del Padre, del Figlio e dello

Spirito santo, la loro comunione d’amore, il loro dialogo incessante.

Dio crea l’uomo a immagine e somiglianza di sé. Ogni creatura umana

porta in sé l’impronta della Trinità che l’ha creata. Tale impronta si

manifesta anche nella capacità e nel bisogno di mettersi in relazione

con altri comunicando.

Tutto ciò appare già fin dalle prime pagine

della Bibbia: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”

(Gen 1, 26); “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2, 18); “Il Signore

Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno” (Gen 3, 8). Con

questi accenni discreti si parla della misteriosa affinità che unisce

l’uomo a Dio a differenza di tutte le altre creature, della reciprocità

e dialogicità tra uomo e donna e in genere tra l’uomo e il suo

prossimo, del dialogo che Dio volentieri instaura con la sua creatura

prediletta. Tutte le pagine della Scrittura approfondiscono le vicende,

le crisi, la ricostituzione di questo dialogo.

 

[19]     Siamo quindi invitati ad ascoltare il vangelo della

comunicazione. Dio è comunione e comunicazione: si comunica a noi e ci

abilita a entrare in comunicazione gli um con gli altri, risanando i

nostri blocchi comunicativl.

Potremmo esprimere questo grande tema sinfonico

con molti motivi e richiamarlo con molte icone e simboli. Accennerò

solo ad alcuni di essi, perché il lettore sia invogliato a cercare

nella Bibbia e a trovare ciò che interiormente lo nutre. Non c’è niente

che risani tanto il cuore come la contemplazione del comunicarsi divino

nelle sue diverse forme

Il racconto della discesa dello Spirito santo

sugli Apostoli e della conseguente loro capacità di esprimersi e di

farsi capire in tutte le lingue, superando la confusione di Babele (At

2, 1-47), è una delle icone più efficaci del dono del comunicare che

Dio elargisce al suo popolo.

Il brano degli Atti si compone di tre parti.

Nella prima (2, 1-3) vengono descritti alcuni segni di una teofania,

cioè di un intervento divino: “venne all’improvviso dal cielo un rombo,

come di vento che si abbatte gagliardo”, “…apparvero loro lingue come

di fuoco”. Questi segni richiamano quelli della grande teofania del

Sinai (cf Es 19,16-19), dove il popolo ricevette la legge e l’alleanza.

Ma qui il fuoco assume la figura di lingue, simbolo del comunicare

umano.

Nella seconda parte (2, 3-12) si descrive il

miracolo delle lingue, sia nell’esperienza dei discepoli (“cominciarono

a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di

esprimersi”) sia in quclla degli ascoltatori (“com’è che li sentiamo

ciascuno parlare la nostra lingua nativa?”).

Nella terza parte (2, 14-47) Pietro spiega che

cosa è avvenuto: si tratta del dono dello Spirito santo, inviato da

Gesù Cristo che è stato crocifisso e che è risorto. Vengono anche

ricordati gli effetti “contagiosi” di questo dono; da esso ha origine

la prima comunità cristiana: “quel giorno si unirono a loro circa

tremila persone” (2, 41).

Il dono dello Spirito santo a Pentecoste suscita

dunque una straordinaria capacità comunicativa, riapre i canali di

comunicazione interrotti a Babele e ristabilisce la possibilità di un

rapporto facile e autentico tra gli uomini nel nome di Gesù Cristo.

Esso suscita la Chiesa come segno e strumento della comunione degli

uomini con Dio e dell’unità del genere umano.

 

[20]     Abbiamo detto sopra che alcuni segni del racconto

della Pentecoste (rombo, vento, fuoco) richiamano la pagina dell’Esodo

in cui viene descritta l’alleanza tra Dio e il suo popolo. Ora

l’alleanza è il fondamentale evento comunicativo tra Dio e l’uomo.

Nell’Esodo essa è introdotta così: “Ho sollevato voi su ali di aquile e

vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e

custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i

popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di

sacerdoti e una nazione santa” (Es 19, 4-5).

Numerose sono nella Bibbia le formulazioni

af~ini a questa: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa

d’Israele…: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro

cuore” (Ger 31, 33); “Il mio diletto è per me e io per lui” (Ct 2,16;

cf 6, 3).

Con diverse formule si esprime una realtà

fondamentale: Dio vuole entrare in comunione con il suo popolo, vuole

comunicare con lui in uno spirito di reciprocità e dì mutua

appartenenza. Promette ed esige fedeltà. Tutte le pagine della

Scrittura risuonano di questa volontà divina: Dio vuole donare, donarsi.

L’iniziativa è sempre di Dio, il quale offre,

per puro amore e in perfetta gratuità, liberazione, sicurezza, certezza

per il futuro: “Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti non perché

siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più

piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama. Riconoscete

dunque che il Signore vostro Dio è Dio, il Dio fedele” (Dt 7, 7-9).

Alla radice della comunicazione sta dunque la

gratuità. L’evento comunicativo che regge tutta la storia è un evento

gratuito e libero: Dio decide di comunicarsi all’uomo entrando con lui

in alleanza. A tale iniziativa libera e gratuita del Dio vivente è

chiesta una risposta libera e grata: la risposta della fede.

La comunicazione di Dio, che si attua

nell’alleanza, suscita un popolo: esso è il frutto di tale azione

divina. Di quì appare che i raggruppamenti umani avvolti da questa onda

comunicativa di Dio (famiglia, comunità, popolo, comunità dei popoli)

sono luoghi del comunicare umano primordiale e sono garantiti e

sostenuti dalla grazia del mistero di Dio, che li muove a essere canali

di comunicazione autentica fra esseri umani.

 

[21]     A questo punto vorrei suggerire un utile esercizio

per continuare la riflessione sul tema dell’alleanza come tema

fondamentale in cui appare la natura comunicativa dell’agire divino

nella storia. Si possono riprendere i quattro brani biblici che abbiamo

fin qui richiamato a proposito del comunicare (la confusione delle

lingue a Babele, Gen 11, 1-9, sopra n. 1; la guarigione del sordomuto,

Mc 7, 31-37, sopra n. 2; la Pentecoste, At 2, 1-47, n. 19; e l’alleanza

presso il Sinai, Es 19, 1-7, n. 20) leggendoli come in sinossi, notando

le analogie e le differenze.

Mi limito a sottolineare tre analogie.

La prima riguarda l’impeto della diffusione

comunicativa che deriva dalla guarigione di Gesù nel vangelo di Marco e

dall’effusione dello Spirito nel testo degli Atti: la parola si

diffonde, corre gioiosa, supera gli ostacoli, raggiunge i cuori. In

parallelo la comunicazione di Dio con il suo popolo appare nel libro

dell’Esodo all’inizio suscitatrice di timore, ma poi, si rivela, nel

seguito del racconto, come il nodo che terrà insieme per secoli tutta

la vicenda del popolo. All’opposto aleggia nel racconto di Babele la

tristezza di non capirsi, la vergogna di un’impresa non riuscita,

l’incapacità dei popoli a convivere insieme.

La seconda analogia si riferisce al frutto

sociale e collettivo del dono divino: dalla confusione di Babele (cf

Gen 11) emerge un popolo chiamato a vivere una profonda unità (cf Es

19). Questa unità sarà poi comunicata a tutti gli altri popoli che si

ricollegheranno all’iniziativa divina dell’alleanza (cf At 2).

La terza si riferisce agli attori di queste

scene bibliche come di molte altre atfini. Dio Padre, che all’inizio ha

sanzionato con un castigo la ribellione delI’uomo (cf Gen 11), prende

l’iniziativa di tornare a comunicare con lui (cf Es 19). Tale

iniziativa si compie in maniera svelata e piena in Gesù Cristo Figlio

di Dio che con amore tocca e risana l’uomo incapace di parlare e di

udire (cf Mc 7). Essa ha il suo culmine nel dono dello Spirito santo

che porta a compimento l’opera del Padre e del Figlio (cf At 2). La

comunicazione divina è dunque “trinitaria”. Approfondiremo in seguito

questo punto.

Tale lettura con la ricerca delle analogie può

essere ampliata a tanti brani dell’Antico e del Nuovo Testamento che

parlano dell’alleanza e svelano la volontà di Dio di comunicare con

i’uomo.

 

[22]     Il dono della comunicazione può essere rifiutato.

Il primo passo verso il rifiuto è la diffidenza, la paura che l’altro

non comunichi davvero in gratuità, ma abbia qualche interesse nascosto.

Il primo peccato nel giardino dell’Eden ha questa caratteristica. “E’

vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del

giardino?” (Gen 3, 1). Questa frase del tentatore, nella sua

paradossalità (come è possibile che Dio abbia proibito ogni frutto?),

ha un sottinteso maligno: ci deve pur essere una ragione di convenienza

personale per cui Dio vi ha proibito almeno uno dei frutti… forse il

suo agire non è poi così disinteressato come sembra.

Alla base del rifiuto della comunicazione stanno

tanti motivì, ma uno dei determinanti è certamente quello della

mancanza di fiducia nella gratuità e sincerità dell’atto comunicativo.

Una elaborazione più complessa di questa

diffidenza è presentata nella prima pagina del libro di Giobbe. Il

satana (qui ancora inteso non come nome proprio, ma nella sua

etimologia di “avversario”, “accusatore”, fa cadere un sospetto sulla

fedeltà di Giobbe: nella sua apparente irreprensibilità egli è mosso

dal proprio interesse, e come lui ogni altro essere umano (cf Gb 1,

9-11) e quindi non c’è posto tra gli uomini per la vera gratuità e, di

conseguenza, per rapporti comunicativi autentici. La scommessa viene

accettata e Giobbe passa attraverso molte prove che lo scuotono

interiormente ma nelle quali non perde la fiducia sostanziale in Dio,

con cui egli continua a comunicare pur nella esasperazione del suo

dolore. La scommessa è dunque perduta dal satana. Egli non è riuscito a

provare che l’uomo comunica con Dio solo per interesse proprio. Anche

nell’uomo dunque c’è vera gratuità; la capacità comunicativa dell’uomo,

messa in lui da Dio stesso, è stata passata al vaglio e si è dimostrata

autentica.

Ma la tentazione continua in ogni giorno della

storia. Il Nuovo Testamento chiamerà il tentatore anche diavolo cioè

“il divisore”. Egli tende a dividere l’uomo da Dio, l’uomo dall’uomo,

gruppi da gruppi, insinuando il sospetto che l’altro cerca il proprio

interesse e vuole farmi fuori. Non esiste comunicazione autentica –

ripete la voce maligna -, bisogna arrangiarsi per sopravvivere

difendendosi da tutti. La comunicazione è viziata da un sospetto di

fondo: l’altro cerca in realtà se stesso, quindi mi può ingannare,

spesso di fatto mi inganna.

Questa tentazione di sfiducia pervade ogni

rapporto umano e lo mina alla radice. Il comunicare è perennemente

insidiato da domande come queste: “Mi vorrà davvero bene? merita

davvero il mio amore? posso mai fidarmi di qualcuno al mondo, al di

fuori di pochi intimi? e se Dio stesso mi ingannasse o mi abbandonasse

alla mia solitudine e al mio silenzio? “ .

Di simili timori e tentazioni “diaboliche” è

piena la terra. Per questo tanti sono spiritualmente sordi e muti, come

il malato del vangelo (cf Mc 7, 31-37) e nascono tante diffidenze,

gelosie, sospetti. Si troncano le amicizie, si separano le famiglie, si

rompono i contratti, si violano i patti sacri tra le nazioni. Tutto ciò

grida verso un risanamento, una riabilitazione dei rapporti. Bisogna

che ci sia Qualcuno, del cui amore non possiamo dubitare, che compia un

gesto di amore irrefutabile: è Gesù sulla croce. Occorre che tutti i

rapporti umani siano invasi da quella gratuità che sopravviene in

abbondanza dall’alto, dal mistero dell’amore gratuito di Dio, dal

mistero della morte di Gesù per noi per puro amore e senza alcun

interesse proprio, dal dono dello Spirito santo.

 

[23]            Potremmo concludere questa prima riflessione sul dono del comunicare riassumendo i dati fin qui emersi.

L’uomo è fatto per comunicare e per amare: Dio

lo ha fatto così. Di qui si spiega anche l’immensa nostalgia che

ciascuno di noi ha per poter comunicare a fondo e autenticamente. Non

c’è nessuna persona umana che sfugga a questo intimo desiderio. Esso

penetra in tutte le nostre relazioni, rimane anche là dove tutto il

resto sembra depravato e corrotto. Anche negli abissi della più cupa

disperazione e disgusto di sé affiora, come una stella alpina

sull’abisso, la voglia comunque di comunicare davvero con qualcuno, di

trovare una persona che in qualche modo ci capisca e ci accetti. Questo

stigma che portiamo dentro per sempre è un riflesso di colui che ci ha

fatti e insieme testimonia delle storture che noi abbiamo imposto a

questo desiderio e a questo diritto sano e sacrosanto. I fallimenti del

comunicare umano hanno alla radice la distorsione di un impulso che è

nel fondo di noi stessi.

Come raddrizzare e purificare questa passione

profonda e vera che ci portiamo dentro? come esprimerla in modo

autentico?

E’ Dio stesso che ci viene incontro: egli è

comunicazione, è capace di risanare i nostri fallimenti comunicativi e

dì riempirci della grazia di un flusso relazionale sano e costruttivo.

 

[24]     Dico anzitutto con una immagine ciò che poi tenterò

di spiegare con parole. Vi invito a contemplare (è annessa a questa

Lettera) una rappresentazione della Trinità che ha il suo capolavoro

nell’opera del Masaccio in S. Maria Novella di Firenze. E’ chiamata la

“Trinitas in Cruce”, la “Trinità nella Croce” o anche il “Trono delle

grazie” ed è molto comune nel mondo occidentale.

Guardate anzitutto il Padre al centro della

figura in alto. Egli regge con le sue braccia il legno della croce, da

cui pende Gesù. Il Padre è lì nell’atto di offrire il suo Figlio, di

comunicarlo a noi in un gesto di amore infinito. “Dio non ha

risparmiato suo Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8, 32).

“In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il

suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui” (1

Gv 4, 9). Il Padre è colui che prende l’iniziativa del dono, è la pura

gratuità, la sorgività pura del comunicare.

Volgete poi lo sguardo contemplativo al Figlio.

Nel suo essere inchiodato alla croce egli, nello stesso tempo, si

abbandona e si offre al Padre, si consegna agli uomini che tanto ama,

anche ai suoi uccisori.

Al centro si vede la colomba, figura dello

Spirito santo. Esso sta tra il Padre e il Figlio come segno di

comunione tra i due e come frutto del dono che Gesù fa della sua vita.

Lo Spirito “apre” la Trinità al mondo, al tempo stesso in cui unisce il

mondo al Figlio e in lui al Padre.

Tutto questo donarsi di Dio è per l’umanità rappresentata ai piedi della croce da Maria e dal discepolo prediletto.

La scena rappresenta l’atto supremo della

comunicazione divina. Ogni persona della Trinità divina si dona

all’altra e da questa comunicazione di amore scaturisce un dono

straordinario e misericordioso per l’umanità, chiamata a sua volta a

entrare in questa circolazione di amore. Questa scena è una scena di

morte: il Crocifisso è l’uomo rifiutato, di cui l’umanità non ha voluto

accettare il messaggio. Ma ora tutto spira vita, comunicazione,

speranza. E’ il mistero pasquale, morte per amore, vita dalla morte.

Tutto è letto infatti nella luce della risurrezione. La comunicazione

tra Dio e l’uomo e degli uomini tra loro viene restaurata e rilanciata

secondo dimensioni e potenzialità divine.

 

[25]     Cerco ora di ridire, in forma espositiva, quanto

abbiamo contemplato nell’immagine della “Trinitas in Cruce”. Dio rivela

se stesso e il suo intimo mistero nel modo stesso del suo comunicarsi

agli uomini.

Il suo comunicare con noi è il suo comunicarsi,

farsi conoscere nel suo mistero più profondo che noi esprimiamo con il

nome di Trinità. Il comunicarsi divino nella storia culmina, infatti,

nella incarnazione del Verbo di Dio in Gesù di Nazaret e nella sua

morte in croce e risurrezione. Ora se noi contempliamo questo mistero

vi scorgiamo anche la manifestazione di ciò che Dio è in sé.

Nell’incarnazione e nel mistero pasquale noi

veniamo, infatti, a conoscere quel Figlio che S.Ignazio di Antiochia

chiama “Verbo procedente dal silenzio”. Egli è colui nel quale il Padre

(che è come il Silenzio, il mistero nascosto che sta all’origine del

comunicare) si esprime e si fa conoscere. Gesù in tutta la sua vita non

ha voluto fare altro che rivelare il Padre: “Ho fatto conoscere il tuo

nome agli uomini” (Gv 17, 6). Gesù come Verbo procedente dal Padre si

comunica agli uomini e alle donne di tutti i secoli fino ad oggi

inviando lo Spirito. Lo Spirito può essere chiamato “l’Incontro”:

incontro di Parola e di Silenzio, di Dio Trinità con gli uomini. Per

lui avviene in ciascuno di noi il misterioso incontro con l’amore che

il Padre ha per noi fin dal silenzio eterno e che ci manifesta, nel

tempo, in suo Figlio.

Tutto il mistero creativo e redentivo è dunque

un grande atto del comunicare divino, che ci manifesta un Dio unico in

Tre persone che possono anche essere designate come il Silenzio fecondo

da cui nasce la Parola mediante la quale si realizza l’Incontro: e

tutto ciò si awera in pienezza nella Croce. Per questo un teologo

contemporaneo (J. Moltmann) ha scritto: “Se vogliamo sapere chi è Dio,

dobbiamo inginocchiarci ai piedi della Croce”. E io aggiungo: se

vogliamo imparare a comunicare, dobbiamo contemplare la Croce,

lasciarci folgorare dal Figlio crocifisso.

 

[26]     La vita intima di Dio, per quanto possiamo co-

noscerla su questa terra, ci appare un continuo profondo inesauribile

comunicare tra le Persone divine. Il Padre “dice” il Figlio, e

dicendolo lo genera e gli comunica tutto ciò che è e ciò che ha. Il

Figlio chiama il Padre e gli si dona in totalità con perfetta

obbedienza. Lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio, ne è il

legame vivente, frutto perfetto e personale del dialogo di amore tra il

Padre e il Figlio.

Tutte queste cose noi possiamo appena intuirle e

balbettarle. In particolare alcune parole di Gesù ci aiutano a entrare

in una tale visione.

Molte di esse riguardano il rapporto tra il

Padre e il Figlio: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno

conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il

Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27); “Il

Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre;

quello che egli fa anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il

Figlio, gli manifesta tutto quello che fa” (Gv 5, 19-20); “Io vivo per

il Padre” (Gv 6, 57); “Colui che mi ha mandato è sempre con me” (Gv 8,

29); “Il Padre conosce me e io conosco il Padre” (Gv 10, 14); “Il Padre

è in me e io nel Padre” (Gv 10, 38); “Io e il Padre siamo una cosa

sola” (Gv 10, 30); “Padre… sempre mi dai ascolto” (Gv 11, 4142); “Io

non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha

ordinato che cosa devo dire e annunziare… Le cose dunque che io dico,

le dico come il Padre le ha dette a me” (Gv 12, 50); “Chi ha visto me

ha visto il Padre… non credi che io sono nel Padre e il Padre è in

me?” (Gv 14, 9-10).

Altre parole introducono lo Spirito santo in

questa comunione di amore: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un

altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di

verità” (Gv 14,16-17); “Il Consolatore, lo Spirito santo che il Padre

manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto

ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26); “Quando verrà il Consolatore, che

io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre,

egli mi renderà testimonianza” (Gv 15, 26).

Dalle parole evangeliche traspare quel senso di

profonda comunione e scambio che vige nel mistero di Dio e che è alla

radice di tutto il nostro comunicare umano. Nella comunione trinitaria

il dialogo tra le persone divine è incessante. Possiamo dire che nella

Trinità le tre persone divine sono tanto più persone in quanto formano

un’unica comunione e tanto più sono una comunione in quanto sono

persone. Cosl ciascuno di noi realizza tanto più pienamente se stesso

quanto più vive la propria identità in dialogo e dono con e per gli

altri.

 

[27]     Il comunicare interno al mistero delle Persone

divine si allarga a quella creatura privilegiata che è l’uomo. Ogni

uomo e donna di questo mondo sono chiamati a far parte di questo

misterioso flusso comunicativo. Riportiamo qualche altra parola di Gesù

in questo senso: “Questa infatti è la volontà del Padre mio, che

chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna (cioè la

partecipazione alla stessa vita divina); io lo risusciterò nell’ultimo

giorno” (Gv 6, 40); “Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io

vivo per il Padre, cosl anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv

6, 57); “Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre

mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15); “Io in loro e tu in me,

perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 23).

Queste parole ci introducono a considerare più

da vicino come Dio ha comunicato con l’uomo in maniera piena,

abbondante e significativa, cioè nella storia di salvezza e in special

modo nella persona di Gesù.

 

[28]     A partire dalla prima pagina del primo libro della

Bibbia, tutto è storia del comunicare divino alla umanità: “Dio creò

l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li

creò” (Gen 1, 26). La somiglianza con Dio permette il dialogo con lui,

mentre la creazione di uomo e donna pone dall’inizio ogni persona umana

in situazione dialogica con i propri simili.

Il dialogo di Dio con l’umanità inizia da allora

e prosegue per tutta la Scrittura. Esso ha i suoi momenti di crisi e di

rottura, sia nel dialogo tra uomo e Dio, a partire dal “peccato

originale” (cf Gen 3), sia nel dialogo tra persone umane (a partire

dall’uccisione di Abele: cf Gen 4), sia nel dialogo tra i popoli e le

culture (cf sopra n. 1 a proposito della torre di Babele di Gen 11). Ma

ha pure parallelamente le sue continue riprese, suscitate

dall’instancabile amore comunicativo di Dio. Abbiamo ricordato sopra

due momenti fondamentali di queste riprese: l’alleanza presso il Sinai

(cf n. 20 e Es 19) e la Pentecoste (cf n. 19 e At 2).

La Bibbia intera può essere dunque letta come la

storia del dialogo tra Dio e gli uomini e degli uomini tra loro, nel

continuo sforzo di intendersi o nei fallimenti comunicativi che

regolarmente si verihcano e nel loro superamento.

Tra tutte le pagine della Scrittura emergono,

anche sotto questo punto di vista, le pagine dei vangeli. Vorrei con

alcune brevi indicazioni aiutare a rileggere in questa luce i fatti e

le parole di Gesù.

 

[29]     Do alcuni criteri generali di lettura distinguendo

cinque tipi di brani evangelici in cui emerge il tema della

comunicazione.

a. Miracoli in cui Gesù ristabilisce una

comunicazione bloccata o interrotta. Molto efficace al proposito è il

racconto della guarigione dell’indemoniato geraseno che “da molto tempo

non portava vestiti né abitava in casa” (Lc 8, 27), “aveva la dimora

nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato anche con

catene… continuamente notte e giorno tra i sepolcri e sui monti

gridava e si percuoteva con pietre” (Mc 5, 3.5). Questo essere asociale

e chiuso nella sua follia è mutato dalla potenza del Signore in un uomo

che sta tranquillamente seduto presso di lui “vestito e sano di mente”

(Mc 5,15), che lo prega “di permettergli di stare con lui” (Mc 5, 18).

Tra gli altri racconti simili abbiamo già

ricordato quello della guarigione del sordomuto (Mc 7, 31-37) che

abbiamo posto all’inizio come simbolo di questa Lettera (cf n. 2). Si

possono anche considerare il racconto del demonio muto (cf Lc 11, 14),

il cieco di Betsaida (Mc 2, 22-25), e”.

b. Parole di Gesù che smascherano i tranelli

della comunicazione interpersonale e le ipocrisie e i blocchi

comunicativi nei rapporti tra gruppi. Gesù disillude sin dall’inizio

chi si attende da lui ciò che egli non ha intenzione di fare: “O uomo,

chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?” (Lc 12,14).

A chi gli chiede di seguirlo ostentando una

totale disponibilità (“Maestro, ti seguirò dovunque andrai”: Mt 8, 19)

Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i

loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,

20).

Molti rapporti interpersonali risultano

imprecisi e fragili perché non si è fatta chiarezza sulle intenzioni

reali che ciascuno ha e sulle conseguenze che esse comportano. Per

questo Gesù insiste nel precisare le esigenze della sequela: “Siccome

molta gente andava da lui, egli si voltò e disse: “Chi non porta la

propria croce e non viene dietro di me non può essere mio discepolo”“

(Lc 14, 26-27). Per questa chiarezza di linguaggio Gesù non teme di

perdere anche dei seguaci: il ricco che voleva “avere la vita eterna”

(Mc 10, 17) se ne andò afflitto quando Gesù gli spiegò che doveva

lasciare tutto. Perfino agli Apostoli, in un momento difficile, Gesù

dice: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6, 67).

Terribili sono i rimproveri di Gesù a coloro il

cui linguaggio non è schietto e le cui in-renzioni sono storte, o che

non fanno lo sforzo dovuto per capire a fondo la situazione: “Ipocriti!

Sapete giudicare l’aspetto del cielo e della terra, come mai questo

tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò

che è giusto?” (Lc 12, 56); “Non intendete e non capite ancora? Avete

il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non

udite?” (Mc 8, 17-18); “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti… guai a

voi, guide cieche…” (Mt 23 13ss.); “Guardatevi dal lievito dei

farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà

svelato, né di segreto che non sarà conosciuto” (Lc 12, 1-2).

c. Parole e gesti con cui Gesù promuove e

incoraggia la comunicazione, l’amicizia, lo stare insieme in

fraternità. Tutto il suo insegnamento è dato a partire da una comunione

di persone che egli chiama a “stare con lui” (Mc 3, 14) e che egli

tratta come amici (“A voi miei amici, dico…”: Lc 12, 4; “Vi ho

chiamati amici”: Gv 15, 15). Vi sono nei vangeli pagine mirabili in cui

appare la capacità di Gesù di instaurare un dialogo (per es. con

Nicodemo: Gv 3, 1-14; con la Samaritana: Gv 4, 1-30) e il calore della

sua comprensione e della sua amicizia (per es. in casa di Simone il

lebbroso di fronte alla donna peccatrice: Lc 7, 36-50; in casa di Marta

e Maria: Lc 10, 38-42; con Lazzaro: Gv 1 1).

d. Parole e gesti di Gesù con cui egli esprime

da una parte la sua relazione unica con il Padre e insieme il suo voler

stare con gli uomini. Dopo una giornata di incontri con la gente, in

particolare con i malati “al mattino si alzò quando era ancora buio e,

uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e pregava “(Mc 1, 35).

“In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la

notte in orazione. Quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne

scelse dodici” (Lc 6, 12-13).

e. Infine si possono considerare tutti i modi

che Gesù usa per comunicare in maniera verbale e non verbale. La

povertà della nascita a Betlemme, la presenza silenziosa a Nazaret per

trent’anni, il suo stare a tavola anche con i peccatori, il suo

intrattenersi a lungo con i malati, il suo pianto su Gerusalemme e su

Lazzaro, sono tutti modi esemplari di comunicazione non verbale. Le

parabole e similitudini, le interpellazionì, le invettive, gli

interrogativi con cui scuote i suoi e la gente, sono tutti modi

efficacissimi di comunicazione verbale che possono essere analizzati

con frutto anche mediante gli strumenti della analisi strutturale e

della “nuova retorica”.

 

[30]     Vi invito a questo punto a fare quattro

riflessioni: considerare anzitutto alcune costanti della comunicazione

divina cosl come essa ci si presenta nella storia della salvezza,

dedurne quindi indicazioni per le caratteristiche di un’autentica

comunicazione umana, riflettere sull’ampiezza dei destinatari della

comunicazione divina e infine sui rischi della comunicazione.

Potremmo esprimere le costanti nelle seguenti tesi.

1. La comunicazione divina è preparata nel

silenzio e nel segreto di Dio. E’ “rivelazione del mistero taciuto per

secoli eterni” (Rm 16, 25), “mistero nascosto da secoli nella mente di

Dio, creatore dell’universo” (Ef 3, 9).

2. La comunicazione divina all’uomo è

progressiva, cumulativa e storica. Non si verifica cioè in un solo

istante, ma comprende diversi tempi e vicende che vanno capiti e letti

nel loro insieme. Essi si collocano nella scena di questo mondo e la

modificano. La comunicazione di Dio all’umanità si attua con eventi e

parole che si rimandano e si spiegano a vicenda. Nel suo insieme tale

rivelazione si chiama “storia della salvezza” ed è descritta nella

Bibbia. La Bibbia è quindi il libro dell’autocomunicazione di Dio ed è

sommamente prezioso per coglierne e comprenderne i diversi momenti e le

caratteristiche.

3. L’autocomunicazione divina nella storia si

attua in una dialettica di manifestazione e di nascondimento. Non è un

procedere “di gloria in gloria”, in un crescendo di luce senza ombre.

E’ piuttosto un susseguirsi di eventi di cui alcuni sono luminosi e

altri enigmatici. Solo la pazienza della decifrazione di tale serie

cumulativa di parole e fatti ci permette di cogliere il mistero vivente

che vuole si comunicarsi pienamente, ma solo a chi lo accetta e lo

cerca. Se Dio si comunicasse unicamente come luce, ci annienterebbe.

Dio si rivela nella penombra per coloro che liberamente accettano le

prime vestigia della sua presenza, disponendosi ad accoglierlo.

Questo mi pare anche il motivo fondamentale per

cui Gesù parlava in parabole. L’eccesso di comunicazione annienta

l’altro e lo annulla. Ogni comunicazione è graduale, prudente,

rispettosa dell’altro.

4. L’autocomunicazione divina non ha sulla terra

la sua pienezza (anche se ha nel mistero pasquale il suo culmine).

Occorre dunque distinguere la comunicazione in via dalla comunicazione

in patria. Solo nella vita eterna conosceremo come siamo conosciuti (cf

1 Cor 13, 12) e “vedremo Dio come egli è” (1 Gv 3, 2). Sulla terra il

comunicare divino ha valore anticipatorio su ciò che ci sarà dato, è

una promessa di ciò che verrà. Ne deriva l’incompiutezza di ogni

comunicare storico. Quando tendiamo, anche nell’incontro con Dio, a una

comunicazione perfetta e senza ombre, vogliamo anticipare qualcosa che

non è di questa terra ma è proprio della pienezza definitiva del Regno.

Tale incompiutezza va tenuta presente a maggior

ragione in ogni comunicare umano. Non potremo mai su questa terra

conoscere l’altro così come egli è. Vi sarà sempre un “segreto”, una

riserva misteriosa, una soglia che non è possibile né utile varcare.

5. L’autocomunicazione divina è personale. Dio

comunica non altro da sé, ma se stesso, con indicibile amore, e tutto

quanto comunica al di fuori di sé non è che segno o simbolo della

volontà di comunicare se stesso come dono supremo.

Nello stesso tempo la comunicazione divina è

interpersonale, fa appelIo all’altro, all’uomo che la riceve, affinché

si metta in stato di attenzione, di accoglienza, di ascolto. Senza

reciprocità non si ha comunicazione. Il Dio vivente fa appello all’uomo

vivente suscita la fede e la speranza.

6. La comunicazione divina assume tutti i modi

della comunicazione interpersonale: è informativa, appellativa e

insieme autocomunicativa. Comunicando informa su contenuti e dottrine

che rinviano alla verità personale del Dio vivente. Fa appello all’uomo

chiamandolo, promettendo, minacciando, esortando. E’ autocomunicativa,

perché ciò che alla fine Dio vuole comunicare è la sua persona.

Possiamo cogliere questi tre momenti della

comunicazione divina (e in fondo di ogni comunicazione) nelle tre

diverse persone con cui un verbo viene coniugato. Alla terza persona

(“è”) si esprime la verità di un contenuto, di una informazione. Alla

seconda persona sia all’indicativo che all’imperativo (“tu sei – sii”)

si esprimono gli appelli, le esortazioni, le indicazioni precettive.

Alla prima persona (“io sono”) colui che parla si comunica f;no alla

manifestazione di sé e del suo mistero. Ricordiamo che la più alta

parola dell’Antico Testamento con cui Dio si designa è, appunto, “Io

Sono” (Es 3, 14).

 

[31]     Ritengo opportuno approfondire un momento la tesi

n. 5 del titolo precedente, dove ho detto che la comunicazione divina è

non solo personale ma anche interpersonale.

Il comunicare di Dio con l’uomo, radice e

immagine perfetta di ogni comunicare nel mondo, non è a senso unico

(parola di Dio – ascolto dell’uomo). Esso suscita un circuito di

risposta che è proprio di ogni comunicare autentico:

parola-ascolto-risposta.

Dio richiede dall’uomo anzitutto l’ascolto e

l’accoglienza fiduciosa della sua Parola: la fede. E’ la prima risposta

che l’uomo dà con tutto se stesso a Dio che parla, ricevendo il suo

messaggio e accogliendolo come principio e norma per la sua esistenza.

La fede suscita poi nel credente una serie di

risposte di valore che toccano diversi aspetti del comunicare umano:

riconoscenza, lode, ammirazione, adorazione, offerta di sé, fiducia,

affidamento, domanda fiduciosa. Nasce di qui la multiforme e

indescrivibilmente ricca attività della preghiera.

La preghiera è dialogo, non monologo: già nel

suo primo sorgere nasce dalla fede (o almeno dal desiderio e dalla

intuizione di fede? e si configura quindi come risposta. In seguito, si

nutre costantemente della parola di Dio nella liturgia, nell’ascolto

della parola della Chiesa, nella lettura personale della Bibbia, nel

discernimento delle ispirazioni dello Spirito santo. C’è dunque un

ritmo ininterrotto di parola divina e risposta umana, che dispone a

recepire nuove parole e risposte di Dio. Il dialogo tra il credente e

il suo Dio, tra ogni battezzato e il Padre, il Figlio e lo Spirito

santo costituisce la trama di tutta la giornata. Chi prega così può

ripetere le parole di Gesù: aColui che mi ha mandato è con me e non mi

ha lasciato solo” (Gv 8, 29); “Io non sono solo perché il Padre è con

me” (G2) 16, 32).

 

[32]     Le costanti della comunicazione divina ci

permettono di considerare ora alcune caratteristiche della

comunicazione interumana che possiamo derivare dalla contemplazione del

modo con cui Dio si rivela.

1. Ogni comunicazione autentica nasce dal

silenzio. Infatti ogni parlare umano è dire qualcosa a qualcuno:

qualcosa che deve anzitutto nascere dentro. Nascere dentro suppone un

autoidentificarsi, un autocomprendersi, un cogliere la propria

interiore ricchezza. Molte forme di loquela non sono vera

comunicazione, perché nascondono un vuoto interiore: sono chiacchiera,

sfogo superficiale, esibizionismo… Ogni vera comunicazione esige

spazi di silenzio e di raccoglimento. Non è necessaria la moltitudine

delle parole per comunicare davvero. Poche parole sincere nate da un

distacco contemplativo valgono più di molte parole accumulate senza

riflessione.

2. La comunicazione ha bisogno di tempo. Non si

può comunicare tutto d’un colpo, in fretta e senza grazia. Se Dio ha

diffuso una comunicazione tanto importante ed essenziale come quella

dell’alleanza nell’arco di un lungo tempo storico, vuol dire che anche

la comunicazione ha bisogno di tempi e momenti, è un fatto cumulativo,

richiede attenzione all’insieme. A questo riguardo noi manchiamo spesso

per disattenzione, fretta, superficialità. Occorre saper cogliere i

momenti giusti senza bruciare le tappe.

3. Non bisogna spaventarsi dei momenti di ombra.

Luci e ombre sono vicende normali del fatto comunicativo. Chi nel

rapporto interpersonale vuole solo e sempre luce, chiarezza, certezza

assoluta, dà segno di voler dominare piuttosto che comunicare, cade

nella gelosia e si aliena l’altro, anche se in apparenza lo conquista.

Dobbiamo accettare la “croce” della comunicazione se vogliamo giungere

a quella trasparenza che è possibile in questa vita.

4. La trasparenza comunicativa raggiungibile

quaggiù non è mai assoluta. Il volerla forzare oltre il giusto, oltre

la soglia di quello che è il segreto, forse neppure accessibile del

tutto a chi lo possiede, fa scadere nella banalità. Mi domando se

alcune volte anche nei gruppi religiosi non si pratichi una

comunicazione di se che non rispetta il segreto di ciascuno. La Chiesa

ha istituito la confessione privata proprio per questo. Non tutto ciò

che è personale e privato può essere comunicato ad altri in pubblico;

la conoscenza di tutto quanto è nel fratello o nella sorella non sempre

aiuta l’amicizia e l’amore. Pudore, riserbo, rispetto sono garanti

dell’amicizia vera.

5. La comunicazione coinvolge sempre in qualche

modo la persona che comunica. Pur se molti rapporti comunicativi non

raggiungono la profondità di una comunicazione in cui chi parla dice

qualcosa di sé, implicitamente però ogni comunicare coinvolge la

persona che parla, almeno al livello più semplice della verità delle

informazioni che sono trasmesse e dell’autenticità dei sentimenti che

sono espressi. Dunque, in qualche modo, chi parla dice sempre qualcosa

di se, esprimendo la sua onestà di fondo (o disonestà) e la sua

apertura (o chiusura) agli altri e al mondo.

6. I tre modi che sopra abbiamo ricordato

(informazione, appello, autocomunicazione) sono continuamente in atto

nei nostri discorsi, in modi più o meno esplicitì. L’abitudine ad

ascoltare bene gli altri (prima ancora di pensare cosa dobbiamo dire

noi) ci renderà sensibili a molte di queste sfumature mirabili del

comunicare tra persone e ci aiutera anche a cogliere dove stanno i

blocchi comunicativi e come si possono superare.

7. Dobbiamo ricordare ciò a cui sopra abbiamo

dedicato un apposito paragrafo, cioè la reciprocità. Non c’è autentico

comunicare se non c’è l’intenzione di suscitare una risposta. D’altra

parte questa intenzione, per essere seria, deve partire dall’attenzione

a ciò che l’altro sente, vive o desidera. Molte volte la risposta è

svagata o sfocata perché la comunicazione iniziale, di awìo, è stata

formulata al di fuori dell’orizzonte e degli interessi di chi ascolta.

Questa è una delle ragioni del dialogo difficile, per esempio, tra

figli e genitori di una certa età, quando chi parla non fa la fatica di

mettersi nel contesto e negli interessi di colui al quale vuole

parlare. E’ anche una delle cause dell’insuccesso di certe iniziative

di catechesi per gli adulti.

Si può collegare qui il tema vasto e importante

del dialogo, a partire da quello più semplice fino al dialogo di fede.

Richiamo l’importanza di documenti della Chiesa che ne trattano

espressamente: l’Enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam (1964), nella

sua terza parte è tutta dedicata al dialogo che, secondo quattro cerchi

concentrici, coinvolge tutta l’umanità; l’Esortazione postsinodale di

Giovanni Paolo II Riconciliazione e Penitenza (1984), con la

descrizione del dialogo che “per la Chiesa è, in certo senso, un mezzo

e soprattutto un modo di svolgere la sua azione nel mondo

contemporaneo” (n. 25).

 

[33]             Destinatari della comunicazione divina sono

tutti gli uomini, ogni uomo e donna che viene in questo mondo, e tutto

l’uomo nella pienezza della sua umanità, della sua storia e della sua

cultura. Tale passione comunicativa universale di Dio in Gesù Cristo

nello Spirito santo è l’evangelizzazione, cioè l’annunzio della buona

notizia di Dio che si comunica, il mistero stesso di Dio amore reso

vicino e presente a ogni uomo e donna in qualunque parte della terra.

La Chiesa, e ogni persona che si sente amata da Dio, è dunque spinta a

evangelizzare a partire dal fuoco divino.

“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente

date” dice Gesù (Mt 10, 8). In queste parole sta il segreto

dell’evangelizzazione che è comunicazione dell’Evangelo secondo lo

stile dell’Evangelo: la gratuità, la gioia del dono divino ricevuto per

puro amore. Solo chi ha provato tale gioia la può comunicare: ma a

tutti è dato di provarla. Non esistono preclusioni per questa

“esperienza religiosa” che non richiede nessuna particolare

predisposizione (come forse avviene per alcuni dei fenomeni che

comunemente vanno sotto il titolo di “esperienze religiose”). Basta

essere uomini e donne e accettare di essere amati così come il Padre ce

ne ha dato testimonianza storica incontrovertibile nella croce di Gesù.

Chi ha accettato di lasciarsi amare in tale

maniera, trova che non c’è altra “notizia” da comunicare e far

conoscere più valida e bella di questa. Naturalmente tenendo conto

delle leggi comunicative sopra ricordate, tra cui quella della

progressione e del rispetto della libertà altrui e dei suoi tempi.

L’evangelizzazione è qualcosa di misterioso e di

un po’ inafferrabile, come la comunicazione autentica che non si lascia

del tutto programmare e possedere. E’ un mistero che ha le stesse

caratteristiche luminose e velate del mistero di Dio.

 

[34]     Come rovescio della medaglia di quanto fìnora si è

detto, può essere utile considerare brevemente a quali rischi è esposto

il comunicare umano e cristiano. Ci servirà per fare un buon esame di

coscienza su tanti fallimenti comunicativi sia nel rapporto

interpersonale o di gruppo, sia nello stesso sforzo di essere

evangelizzatori.

Esprimo sinteticamente tre rischi del comunicare: la dissociazione, la non reciprocità, l’impazienza.

a. Intendo per dissociazione l’incapacità a

vivere l’unità dell’atto del comunicare di cui è modello la realtà

trinitaria, che è insieme Silenzio, Parola e Incontro. Se il comunicare

è soltanto parola, scade nel verbalismo o nel concettualismo. Se è solo

silenzio, cade nel mutismo, nella paura a investire in atti

comunicativi, nella timidezza e nel ritrarsi orgoglioso e scontroso,

oppure dà luogo ad ambiguità comunicativa per troppo risparmio di

parole. Se è o pretende di essere solo incontro, scade nell’esteriorità

e nella strumentalizzazione dell’altro.

b. La non reciprocità è pretesa di comunicare a

senso unico: “Io so che cosa voglio dire, pretendo di sapere già che

cosa l’altro vuole, decido io che cosa mi deve rispondere”. Chi pensa

così (e non sono pochi a vivere questo modo di comunicare) considera

nella comunicazione solo il movimento di andata, perché quello che

dovrebbe essere il ritorno libero e imprevedibile è già stato

anticipato come se tutto dipendesse solo dal punto di partenza. Spesso

tale atteggiamento è motivato da una certa paura ad affrontare l’altro,

per cui si precondiziona la sua risposta temendo che sia diversa da

quanto noi ci aspettiamo. Quanti intoppi comunicativi, quanti malintesi

nascono da un simile comportamento, soprattutto quando esso viene usato

da chi ha qualche autorità! Si vizia così in radice una risposta libera

e intelligente.

c. Ma forse il difetto più frequente è quello

della impazienza e della fretta, del non dare modo all’altro di

elaborare le sue risposte, del volere subito il risultato. La Scrittura

ci richiama alla pazienza dell’agricoltore che non forza i tempi del

raccolto, ma investe con fiducia pur se talora “semina nel pianto” (cf

Sal 126, 5; Gc 5, 7ss).

Ciascuno contempli a lungo il modo di comunicare

di Gesù nei vangeli, il modo di comunicare di Dio nelle Scritture, e si

esamini sui suoi difetti comunicativi; ne troverà tanti, molti più di

quanti io non possa indicare. La comunicazione umana va perciò

continuamente risanata. Dio è non solo esempio di comunicazione, ma

pure colui che perdona, riabilita, risana la comunicazione umana

imperfetta e segnata dal peccato.

Ogni fallimento comunicativo riconosciuto e

messo nelle mani della misericordia divina è pegno e garanzla di un

passo avanti nel comunicare autentico. Anche nell’amicizia vale il

principio che talora uno scontro o un litigio risanato rinsalda

l’amicizia più della paura o del riserbo che può celare ambiguità e

sospetti.

I1 Signore Gesù “che ha fatto udire i sordi e

parlare i muti” (cf Mc 7, 37) ci ottenga di vincere noi stessi e di

aiutare molti altri alla comunicazione autentica.

 

[35]     Vorrei concludere questa seconda parte della

Lettera, destinata all’ascolto e alla contemplazione, suggerendo

un’icona che riassume tante delle riflessioni precedenti. E’ l’icona di

Maria, così come appare in una pagina del vangelo di Luca (cf 1,

26-55). Si potrebbe dire, a modo di annotazione collaterale, che Maria

è anche colei che risponde in maniera particolare al bisogno della

comunicazione religiosa e umana. La tradizione mariologica e la pietà

mariana hanno arricchito l’immagine biblica di Maria con una tale

densità di relazioni comunicative che chi non vi è abituato può essere

portato a dubitare dell’autenticità umana e rivelata di questa

ricchezza vissuta nel cattolicesimo.

Occorre contemplarla dal di dentro, mettendo

naturalmente da parte alcune deviazioni, per cogliere tutta la

genuinità e l’evangelicità di quanto la pietà cattolica autentica vive

nella sua relazione con il mistero di Maria.

Mi limiterò ad alcune riflessioni che partono

dalla Scrittura e invitano a contemplare la Vergine dell’annunciazione,

la Madre della visitazione e la Sposa del Magnificat.

 

[36]     Maria viene raggiunta dall’annuncio dell’angelo

mentre si trova in un profondo silenzio contemplativo. Da lei escono

poche ed essenziali parole che manifestano un proposito saldo di

verginità, un profondo rispetto del mistero di Dio, uno stare come

“ancella” alla sua presenza. Maria nell’ascolto contemplativo si lascia

raggiungere dal mistero del Padre attraverso la Parola del Figlio per

celebrare l’Incontro nella grazia e nella forza dello Spirito Santo. In

Maria, Vergine dell’annunciazione, si manifesta la struttura trinitaria

dell’autocomunicazione divina: dal Silenzio, attraverso la Parola,

verso l’Incontro.

L’accoglienza verginale dell’autocomunicazione

di Dio indica la dimensione contemplativa che sta alla radice del

comunicare.

 

[37]     Invito a contemplare parola per parola questa

pagina evangelica domandandosi quale figura del comunicare umano si

manifesta nell’incontro di due donne e di due generazioni.

E’ un comunicare che si manifesta anzitutto nel

mistero della voce, comunicativa di gioia, vibrante e modulata così da

far trasalire chi l’ascolta (“Ecco, appena la voce del tuo saluto è

giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio seno”:

Lc 1, 44). Attenzione reciproca e concretezza sono alla base della

comunicazione dialogica tra Maria e Elisabetta. E’ un incontro nel

gesto e nella parola che esprime la sovrabbondanza del cuore, la

gratitudine e la gratuità. Maria si sente capita a fondo, sente che il

suo segreto, che non aveva osato dire a nessuno e che non sapeva come

esprimere senza timore di essere tacciata di follia, è stato capito,

accolto, stimato, apprezzato. La tenerezza di questo incontro è figura

di un comunicare umano e riuscito.

 

[38]     Il Magnificat è anzitutto una dossologia, un canto

di lode: la lode è fondamento della prassi comunicativa. Non si

comunica nella tristezza, con il muso lungo, ripiegati su di sé.

Il Magnificat nel suo svolgersi percorre le

diverse forme della difficoltà o dell’incapacità a comunicare e

viceversa della comunicazione avvenuta: tra le generazioni (1, 50-51:

“i superbi nei pensieri del loro cuore” che non sanno comunicare sono

dispersi, mentre le generazioni di coloro che temono Dio comunicano

l’una con l’altra); nel cuore dell’uomo (1, 52); nell’ambito politico e

sociale (1, 51-53); nel popolo della promessa (1, 54-55).

Dobbiamo imparare a cantare il Magnificat con la

vita: l’accoglienza dell’autocomunicazione divina da parte di Maria è

fondamento della capacità del nostro comunicare nella storia e

anticipazione del comunicare nella pienezza della vita eterna. A questa

pienezza comunicativa volgeremo la nostra attenzione specifica nel

programma pastorale 1992-1994 con il tema del vigilare.

“O Maria, Madre e modello della comunicazione, ottienici che,

contemplando i misteri in cui Dio Padre si dona a te e al mondo per

mezzo del tuo Figlio nell’incontro dello Spirito santo, noi possiamo

sottoporre la nostra voglia di comunicare a quella purificazione e a

quella luce che derivano da tanto mistero, e ci lasciamo anche noi

attrarre in questo scambio di amore”.

 

[39]     In questa terza parte, alla luce

dell’autocomunicarsi del Dio vivente, è necessario verificare la nostra

vita di singoli e di comunità. Nel prossimo anno 1991-1992 questa

verifica verterà sul mondo dei mass-media e su come ci collochiamo in

esso. In questo anno 1990-1991 ci limiteremo a suggerire piste di

riflessione per il nostro comunicare in generale.

La domanda di fondo è quella del primo e del

cecondo paragrafo di questa Lettera: è possibile incontrarsi a Babele?

come vivere la grazia di Pentecoste? in un mondo afflitto da tante

fatiche comunicative e schiacciato da una massa confusa di informazioni

e di messaggi, come ristabilire canali di comunicszione autentica,

creare oasi di incontro vero, contribuite a migliorare il clima

comunicativo generale segnato dalla conflittualità e dalla diffidenza?

Per questo proporremo anzitutto alcune domande

che aiutino a ainteriorizzare” quanto detto fin qui, tn vista di una

presa di coscienza adeguata della situazione attuale e dei rimedi che

Dio ci offre nella sua alleanza pasquale. Poi esporremo alcuni

itinerari comunicatitvi che ci aiuteranno a rileggere le prime cinque

Lettete pastorali dal punto di vista del comunicare. Infine proporremo

alcune tecniche che potranno essere utilmente messe in opera quest’anno

per migliorare i canali comunicativi in noi e nelle nostre comunità, e

suggeriremo alcuni momenti di verifica della nostra comunicazione nella

fede, soprattutto a riguardo di alcune categorie da privilegiare negli

appuntamenti pastorali di quest’anno.

 

[40]     E’ possibile riprendere in mano la prima e la

seconda parte di questa Lettera (vedere, ascoltare e contemplare) sotto

forma di domande che ci aiutino a comprendere fino a che punto le cose

richiamate sono parte della nostra coscienza.

Mi limito ad alcuni esempi. Potrà essere un

utile esercizio quello di tradurre in domande rilevanti il contenuto di

altre pagine delle prime due parti della Lettera. Suggerisco di

riprendere più volte, durante l’anno, singolarmente e insieme, tali

domande al ISne di verificare e migliorare la nostra comunicazione.

 

[41]     * Quali segni trovo in me di alcuni blocchi del mio

comunicare? insofferenza, malumori frequenti, fatiche eccessive nel

lavoro, disgusto di alcuni rapporti? riesco a dominare abbastanza il

flusso dei miei sogni ad occhi aperti, del mio fantasticare? so

moderarmi nell’uso della televisione? con quale criterio ascolto la

musica? ho talora l’impressione di fare alcune cose o di concedermene

altre per “fuggire” da realtà mie o vicine a me a cui non vorrei

pensare? e queste realtà non sono appunto “blocchi comunicativi”? le

mie amicizie sono durature? mi lamento spesso dell’incoerenza e poca

fedeltà delle persone amiche? sono spesso diffidente nei loro

confronti? dopo un litigio so ricomporre il rapporto? (cf sopra n. 7).

[42]     * Quale “voto” darei al nostro comunicare sia nella

coppia sia nel rapporto genitori-figli? ottimo, passabile, mediocre,

scarso, insufiiciente, disastroso? penso che sia possibile salire di un

gradino più in su nel modo del nostro rapporto? che cosa ho fatto oggi

per migliorare le nostre relazioni? che cosa mi propongo di fare questa

sera? (cf sopra n. 8).

[43]     * Come descriverei dal mio punto di vista le

difficoltà di comunicazione tra i diversi strati sociali di cui ho più

diretta esperienza, in particolare nell’ambiente di lavoro? mi lascio

spesso esasperare o turbare o coinvolgere eccessivamente dalla

conflittualità sociale e politica? che cosa mi aiuta a ritrovare la

calma e la padronanza di me stesso? (cf sopra n. 9).

[44]     * Quale il giudizio sulle mie relazioni all’interno

della comunità cristiana? hanno per me qualche rilevanza, le ritengo

importanti oppure mi toccano poco? se sono impegnato all’interno della

parrocchia, mi sento capito, valorizzato? so valorizzare gli altri, li

stimo davvero, anche se fanno cose diverse dalle mie? cosa farò oggi

per migliorare il mio rapporto con il parroco, con gli altri operatori

pastorali? quale dima regna all’interno del Consiglio pastorale, nelle

Commissioni, nelle Consulte? ci si sforza di capirsi, di volersi bene,

di accettarsi, pur nelle differenze di vedute? quale il mio rapporto di

comunicazione con il vescovo? leggo le sue lettere pastorali, lo

incontro talora in occasioni solenni come le feste in Duomo, le Scuole

della Parola? ascolto la sua voce alla radio? oserei scrivergli se

avessi necessità di comunicare con lui? parlo con fiducia con i suoi

vicari e collaboratori, con il decano, con il parroco? se sono membro

di una comunità religiosa, come coltivo le relazioni fraterne

all’interno della mia comunità? come la mia comunità ascolta la voce

del Papa, del vescovo? come mi sento accolto, in quanto religioso,

nell’ambito della Chiesa locale? come viviamo e comunichiamo la gioia

del Vangelo? (cf sopra n. 10).

[45]     * Ho riscontrato qualche volta in me la nostalgia

di non saper comunicare o l’irritazione per non esserci riuscito? quali

le cause di questi fallimenti? riesco a cogliere in me quel “gusto del

dominio” che sta alla radice di un comunicare non autentico? sono

anch’io vittima della “fretta” nel comunicare? so ascoltare gli altri?

sono uno da cui gli altri vanno volentieri e anche riescono a

confidarsi? (cf sopra nn. 14-15).

[46]     * Prego talvolta perché il Signore mi si comunichi

e risani le mie relazioni umane? mi sento desideroso di accogliere il

dono della comunicazione divina? uso del sacramento della

Riconciliazione a questo scopo? (cf sopra n. 17).

[47]     * Ho di me e degli altri questa consolante visuale,

che siamo fatti per comunicare e per amare, o mi lascio vincere dalla

sfiducia in me stesso e negli altri? (cf sopra n. 18).

[48]     * Rileggere i testi citati sulla Pentecoste e

sull’alleanza e lasciare che sgorghi in me una preghiera di lode a

Dioper quanto ha fatto per noi e per me,per volermi essere alleato e

amico, dalla mia parte … (cf sopra nn. 19-20)

[49]     * Preparandomi al sacramento della penitenza mi

esaminerò sulla differenza che statna, l’avversario, suscita in me

riguardo Dio e il suo disegno su di me, riguardo alla purezza delle mie

intenzioni, riguardo alle intenzioni del prossimo nei miei confronti

(cf sopra n. 22).

[50]     * In un’ adorazione eucaristica contemplare il

verbo fatto uomo per me, crocifisso e nascosto nel mistero del

dacramento per potersi comunicare a me pienamente. Adoro il Padre dal

cui silenzio procede questo dono, il Figlio che mi si dà in pienezza,

lo Spirito che rende presente Gesù nell’Eucarestia (cf sopra n.24).

[51]     *So affidarmi all’amore comunicativo della Trinità?

so aspettare con pazienza e fiducia i tempi di Dio? mi lascio

intimorire dal suo silenzio nei momenti della prova? che parte ha nella

mia vita la speranza della pienezza del dono eterno? Da queste

interrogazioni lasciar scaturire la preghiera di pentimento e la

richiesta di più fede e speranza (cf sopra nn. 26-27)

[52]     * So leggere la Bibbia in particolare i Vangeli

come libro del comunicare di Dio? quale passo dei vangeli mi attrae

maggiormente come icona della forza comunicativa di Gesù trasmessa agli

uomini? (cf nn. 28-29).

 

[53]     * Quante volte il mio parlare con altri evade dalla

superficialità e diventa anche dono? so informare con oggettività,

senza esagerazioni? nel parlare a qualcuno tengo presente la sua

situazione e le sue attese? la mia preghiera è monologo o dialogo? (cf

sopra nn. 30-32).

[54]     * Sento in me qualcosa della passione

evangelizzatrice di Gesù e dei suoi apostoli? sento la gioia

dell’Evangelo? (cf sopra n. 33).

[55]     * Quali sono i rischi del comunicare a cui vado più

facilmente soggetto? Considero con attenzione, nella comunità, quelle

persone che per motivi fisici o psicologici fanno maggior fatica a

comunicare e vivono nella solitudine? quale l’attitudine mia e della

comunità verso coloro che hanno difficoltà di udito (anziani, sordi) o

di parola? si pensa a loro nella Messa festiva? (cf n. 34).

[56]     * Contemplare Maria leggendo lentamente Lc 1, 26-55

e pregandola affinché mi ottenga un cuore capace di comunicare con Dio

e con i fratelli e un risanamento delle mie storture comunicative (cf

sopra nn. 35-38).

 

[57]     E’ possibile, a questo punto, rivisitare i cinque

primi programmi pastorali proposti alla diocesi negli anni ‘80 per

rileggerli nella prospettiva del comunicare.

Essi volevano infatti aiutare a costruire una

figura di cristiano e di comunità cristiana scaturita dalI’Evangelo e

capace di proclamarlo nella cultura e nella civiltà di questo fine

millennio. Ora questa figura di cristiano e di comunità fluisce dalla

comunicazione che Dio fa di sé all’umanità. E’ quindi possibile

rileggere tali programmi alla luce di quanto detto finora. Darò qualche

spunto di rilettura insistendo soprattutto sul programma che mi pare

sia stato finora meno capito e assimilato, ossia Partenza da Emmaus.

 

[58]     Ci si educa al comunicare sviluppando la

“dimensione contemplativa della vita”. Ogni comunicare nasce dal

silenzio, non però vuoto o triste, ma pieno della contemplazione delle

meraviglie che Dio ha operato in favore del suo popolo. Occorre

reinterrogarsi sui tempi dati al silenzio nella vita quotidiana,

durante la liturgia, nei periodi di ritiro che ci proponiamo noi stessi

o che proponiamo alle nostre comunità. Si potrebbe rileggere utilmente

la Lettera su alcuni aspetti della meditazione cristiana della

Congregazione della Dottrina della Fede ( 1989). E’ anche importante

interrogarsi, a partire dal silenzio di Maria che accoglie con stupore

e timore la parola dell’angelo, sulla nostra capacità di guardare con

stupore alle cose, agli eventi, alla vita, al mistero di Dio. Qual è il

nostro grado di purezza di cuore? E’ scritto, infatti, “beati i puri di

cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5, 8).

Ricordo quanto avevo già detto nella prima

Lettera pastorale sul ruolo delle comunità monastiche e claustrali in

diocesi come luoghi di ricarica spirituale, oasi di silenzio, centri di

irradiazione della preghiera contemplativa. Ne approfittiamo?

 

[59]     L’ascolto credente della parola di Dio libera e

unifica. Esso unisce anche tra loro quelli che ascoltano la stessa

Parola, producendo esperienze di autentica comunicazione. Le Scuole

della Parola, che quest’anno saranno continuate per i giovani sul tema

della prossima Giornata mondiale della gioventù – Avete ricevuto uno

Spirito da figli (Rm 8,15)- possono pure divenire scuole di un

comunicare più autentico. E’ necessario pertanto che siano riprese una

volta al mese anche nei gruppi giovanili delle parrocchie e nelle

associazioni e movimenti, imparando a comunicare vicendevolmente sul

tema meditato.

Si può incominciare con il rileggere il testo

biblico proposto, lasciando che dopo una pausa di silenzio alcuni

sottolineino le parole che li hanno maggiormente colpiti, chiedendosi

poi perché quelle parole hanno avuto particolare risonanza; inizia così

un fruttuoso scambio nella fede. Imparare a comunicare nella fede a

partire dalla Parola è uno dei frutti che ci attendiamo da questo primo

anno sul comunicare.

L’ascolto della Parola nella celebrazione

eucaristica domenicale può e deve generare delle forme semplici, ma

intense e significative, di comunicazione nella fede: nei gruppi, nelle

famiglie, nelle comunità, nei cammini di coppia. Si tratta

dell’appuntamento settimanale più importante per i cristiani; preparato

e atteso, arricchito da un’omelia che aiuta a penetrare le ricchezze

della Parola, esso si rivela sempre in grado di rigenerare la

comunicazione tra noi alla luce dei pensieri e della logica di Dio,

rivelataci nelle pagine che vengono proclamate nella liturgia.

Non posso non ricordare, a questo punto,

l’importanza della comunicazione con coloro che venerano come noi e

scrutano attentamente la Sacra Scrittura. Mediante l’ascolto e la

conoscenza attenta della Parola, noi ci apriamo al dialogo ecumenico

con i fratelli riformati d’Occidente. Anche nel rapporto con le

“sette”, oggi tanto difficile e per il momento quasi “impossibile” a

causa del loro atteggiamento spesso rigido e incapace di dialogo, più

che la polemica diretta vale la conoscenza profonda e amorosa della

Scrittura, che permetta di dire con garbo ai visitatori importuni: “No

grazie, la Bibbia l’abbiamo già, la leggiamo e la conosciamo, per

grazia di Dio, anche più di voi!”.

 

[60]     La liturgia fa opera di mediazione tra

l’interiorità contemplativa colmata dal dono della Parola e

l’espressione esterna e pubblica dell’adorazione e della lode. Essa non

sta soltanto dalla parte del “rito” esteriore e della “celebrazione”

visibile, ricca di parole elevate, di simboli e segni. Presuppone e

coltiva pure l’interiorità del credente; educa e forma alla

comunicazione autentica con Dio suggerendo le parole e gli

atteggiamenti giusti e genera una comunità chiamata al dialogo nella

fede e nella vita. Perciò la liturgia, praticata integralmente (e non

solo nei suoi aspetti cerimoniali), educa alla comunicazione. La

comunità esprime e realizza se stessa nella misura in cui è capace

anzitutto di ascolto comune della Parola e di risposte giuste anche a

livello pubblico.

Cuore, centro e culmine della liturgia è

l’Eucaristia, dalla quale derivano e a cui si riportano tutti gli altri

sacramenti. Suggerisco di rileggere le pagine di Itinerari educativi

che prospettano la liturgia e il cammino sacramentale come il cammino

educativo della Chiesa per eccellenza, nel quadro dell’anno liturgico.

Si possono pure rileggere le pagine di Attirerò tutti a me

(recentemente richiamate nel documento L’Eucaristia al centro della

comunità religiosa), in cui viene descritta l’azione formativa che

l’Eucaristia esercita sulla comunità e le caratteristiche di una

comunità che da essa si lascia plasmare. Scopriremo che una tale

comunità è aperta, pronta a donarsi, umile e attenta agli altri, cioè

disposta a comunicare con verità a tutti i livelli.

E’ importante, e primario compito del lavoro

pastorale, che soprattutto la celebrazione domenicale dell’Eucaristia,

per il modo con cui è preparata ed eseguita, esprima con chiarezza il

suo dinamismo interno, vera . propria forza che abilita e sollecita a

una comunicazione profonda in grado di spingersi fino al dono di sé e

alla convinta testimonianza del Vangelo.

Tra questi vari livelli a cui l’Eucaristia

abilita a comunicare, va ancora una volta richiamato quello ecumenico.

Dobbiamo in particolare renderci sensibili a quanto pensano, dicono e

fanno i nostri fratelli delle comunità cristiane non cattoliche anche

in campo liturgico. E’ specialmente importante conoscere di più e

apprezzare i tesori della liturgia orientale, il “secondo polmone della

Chiesa” come lo definisce Giovanni Paolo II.

Voglio pure richiamare il sacramento della

Penitenza o Riconciliazione. In esso sottoponiamo alla potenza del

Cristo crocifisso e risorto i nostri fallimenti e blocchi comunicativi

perché siano medicati e risanati. Siamo convinti della forza di questo

sacramento? lo offriamo ai fedeli, se siamo preti, e lo esigiamo dai

preti, se siamo laici?

 

[61]             L’autocomunicazione divina fonda, in chi

l’accoglie, l’esigenza di comunicare gratuitamente ad altri quanto gli

è stato gratuitamente comunicato.

Le forme di esercizio di questa comunicazione

sono l’evangelizzazione, la catechesi, il dialogo fraterno, l’omilia,

ecc. Nel programma pastorale Partenza da Emmaus abbiamo trattato, in

particolare, della catechesi per gli adulti e degli adulti. Sarà bene

che ogni comunità rilegga quanto ha fatto a partire da quella Lettera

e, in particolare, dal Convegno di Busto Arsizio Catechisti Testimoni

(1984). A tutti raccomando la ripresa della Lettera Partenza da Emmaus

proposta ne Il Segno di quest’anno 1990 sotto il titolo Ripartire da

Emmaus.

Ai presbiteri chiedo di approfondire con

l’ausilio delle Settimane residenziali, previste per il gennaio 1991,

la loro singolare responsabilità di “comunicare la fede” nelle

condizioni odierne della gente, non trascurando di considerare il

problema dei tratti fondamentali che dovrebbero essere ritrovati nel

presbitero perché egli sia reale punto di riferimento per le persone,

luogo capace di ascolto e di consiglio per i singoli e l’intera

comunità. Chiedo inoltre di approfondire le esigenze, anche di metodo,

della comunicazione degli adulti in vista di una reale attenzione a

dove l’altro “si trova” (come situazione spirituale) e ai passi che

“catecumenalmente” insieme con lui andrebbero compiuti.

Un’esperienza di dialogo unita alla

proclamazione è stata percorsa, in questi anni, nella cosiddetta

Cattedra dei non credenti. Pur se i metodi per tali incontri possono

variare, è importante promuovere luoghi in cui chi non crede o ha

difficoltà di fede, ma è in seria ricerca possa esprimersi,

confrontarsi, essere ascoltato e capito.

Ogni cristiano e ogni realtà ecclesiale dovranno

comunque interrogarsi sull’urgenza evangelizzatrice che nasce dalla

comunicazione del dono di Dio. In particolare la pastorale giovanile

nella nostra diocesi è stata invitata a porsi come pastorale

missionaria. Esprimo alcune ulteriori riflessioni che ci aiuteranno a

questo proposito, specialmente in relazione a chi non crede o ha

difficoltà di fede, dedicandole ai nostri missionari e missionarie che

operano in ogni parte del mondo, e in particolare ai preti diocesani

Fidei donum che operano in Zambia, Camerun, Brasile, Messico e Perù.

 

[62]     Mi ha sempre stupito e confortato il comportamento

di Gesù con gli Undici dopo la Risurrezione: “Li rimproverò per la loro

incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che

lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il

mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”“ (Mc 16, 14-15). Proprio

a questi uomini, increduli e ostinati, è affidata la comunicazione del

Vangelo!

 

[63]            Possiamo comunicare il Vangelo perché

anzitutto è stato a noi comunicato da coloro che prima di noi hanno

creduto. Davvero possiamo ripetere con s. Agostino: “Io credo in colui

nel quale hanno creduto Pietro, Paolo, Giovanni…”. Perché non

continuare aggiungendo ai nomi dei primi testimoni quelli di tutte le

persone per le quali noi siamo venuti alla fede, di quei comunicatori

del Vangelo che costituiscono la nostra storia di credenti e la storia

delle nostre comunità? Possiamo aggiungere il nome dei nostri genitori,

dei nostri nonni, dei nostri sacerdoti, di qualche religioso o

religiosa, dei catechisti, di tutti i credenti, uomini e donne, grazie

ai quali noi apparteniamo a una lunga storia di fede. Guardando nel

nostro passato, troveremo i loro volti e le loro voci; allora salirà

alle nostre labbra la gratitudine perché scopriremo che la

comunicazione della fede è stato in primo luogo un dono per noi.

 

[64]     Nasce di qui la nostra responsabilità di

comunicatori. Con Paolo ripetiamo: “Ho creduto e perciò ho parlato” (2

cor 4, 13); proprio perché è stata detta a noi, la fede deve essere

detta, a nostra volta, da noi.

I primi discepoli del Signore, quando il

tribunale ebraico vorrebbe chiuder loro la bocca, replicano: “Noi non

possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4, 20). Gesù

stesso li aveva ammoniti: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli

uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli”

(Mt 10, 32). Paolo chiede a Timoteo di imitare l’esempio di Gesù che ha

dato la sua bella testimonianza di fede davanti a Ponzio Pilato (cf 1

Tm 6, 12ss.).

Giovanni, nella sua Prima Lettera, ricorda la

necessità di riconoscere pubblicamente Gesù nella sua divinità e

umanità (cf 1 Gv 4, 15; 4, 2). Oggi, come allora, a ciascuno di noi è

dato l’impegno di rispondere a quanti ci chiedono ragione della

speranza che è in noi, spiegazioni che devono essere date con

gentilezza e rispetto (cf 1 Pt 3, 15).

 

[65]     Le ultime parole di Pietro sopra riportate

sottolineano un altro aspetto della comunicazione del Vangelo a coloro

che non credono. La Lumen Gentium (n. 16) ricorda che anche i non

cristiani, i non credenti, sono ordinati in vario modo al popolo di

Dio: “Coloro che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua

Chiesa e che tuttavia cercano sinceramente Dio e con l’aiuto della sua

grazia si sforzano di compiere la volontà di lui, conosciuta attraverso

la coscienza, possono conseguire la salute eterna” Anche la Dei Verbum

ci ricorda che Dio ha “assidua cura del genere umano, per dare la vita

eterna a tutti coloro che cercano la salvezza con la perseveranza nella

pratica del bene” (n. 3). Queste affermazioni fondano la necessità di

comunicare il Vangelo con coloro che non credono; è lo stile del

dialogo. Già lo aveva indicato con ampiezza Paolo VI nell’Ecclesiam

suam: “La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a

vivere. La Chiesa si fa parola. La Chiesa si fa messaggio. La Chiesa si

fa colloquio” (n. 38).

Al termine del Vaticano II, Paolo VI affermò:

“Una simpatia immensa ha pervaso il Concilio. La scoperta dei bisogni

umani ha assorbito l’attenzione del Concilio. Invece di deprimenti

diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di

fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo. I suoi valori sono

stati non solo rispettati, ma onorati; i suoi sforzi sostenuti, le sue

aspirazioni purificate e benedette. La Chiesa è scesa a dialogo con il

mondo” Nella Gaudium et Spes troviamo indicate le ragioni e le forme

del dialogo del credente con tutti gli uomini di buona volontà. Il

Concilio invita i credenti a leggere nella realtà, nella storia, negli

eventi, tutto ciò che può costituire una sorta di consenso, di dialogo

appunto, su valori e ideali da interpretare alla luce del Vangelo (cf

nn. 4-10).

Occorre leggere anche nel mondo di oggi i “veri

segni” della presenza e del disegno di Dio (cf n. 1 1). Persino un

fenomeno così inquietante e negativo come l’ateismo deve essere letto

in modo da discernere le ragioni di tale rifiuto, forse l’appello,

l’inconsapevole attesa di una fede più evangelica (cf n. 21). Il

Concilio compie ancora un passo verso il dialogo quando afferma che la

Chiesa può utilmente mettersi in ascolto di chi non crede, perché anche

da lui può venire una provocazione di fede, una scintilla di verità (cf

nn. 40.44).

 

[66]     La ragione di tale dialogo è che tra l’orizzonte

del credente e quello di chi non crede non esiste assoluta

incomunicabilità, proprio perché già qui e ora prende corpo nei solchi

della storia il regno di Dio. Questo regno che si esprime pure

nell’accogliere, assumere, purificare, rettificare, salvare quanto la

fatica degli uomini ha costruito (cf nn. 38-44). Il Concilio crede

nella comunicazione profonda esistente tra tutti coloro che cercano con

cuore sincero. Il cristiano sa che questo è il tempo di una nascosta

gestazione e perciò egli è capace di comunicazione con tutti coloro che

cercano con verità.

 

[67]     La comunicazione del Vangelo non si attua soltanto

nel dialogo esplicito. C’è un immenso campo di azione che compete

particolarmente ai credenti laici e che riguarda l’affermazione, il

sostegno e la promozione dei valori profondi che sono previ a qualunque

confessionalità e comuni a tutti gli uomini. Tutto ciò che ha attinenza

alla coscienza, alla responsabilità, alla giustizia, alla pace, alla

salvaguardia dell’ambiente, fa parte di un linguaggio a tutti

accessibile, che ha le sue radici nell’opera creatrice e redentrice del

Signore. Il modo di comportarsi e di interagire nella vita quotidiana,

nei rapporti interpersonali, negli affari e nella politica, in quei

mille contatti quotidiani che si vivono in famiglia, nei luoghi di

lavoro e nel tempo libero, dovunque siano in questione anche modeste e

semplici scelte morali (come quella di dare una risposta gentile o

un’informazione corretta) può irradiare tali valori a misura

dell’intensità con cui sono vissuti, o negarli, o aggredirli. Quanto

più la comunità cristiana e il singolo fedele saranno in grado di

esibire scelte e stili di vita coerenti con il Vangelo, pur senza

sottolinearlo esplicitamente, si eserciterà una forza aggregante e

persuasiva sull’insieme dei comportamenti umani per la ricostruzione di

una comunione sui grandi temi etici che hanno le loro radici nella

rivelazione di Dio.

 

[68]     In questa forma di comunicazione implicita che si

attua nell’impegno morale quotidiano, il credente ha nel cuore qualcosa

che gli urge, lo muove, mobilita tutte le sue energie: è la “gioia del

Vangelo”, la sua novità incomparabile. Chi crede, anche nel rapporto

con chi è molto lontano, non può rinunciare a voler comunicare la

formidabile differenza ed eccedenza, il “di più” e l’“oltre” che sono

costitutivi dell’Evangelo. Tale differenza, che è peculiare della fede,

si traduce in una eccedenza di ideali di vita rispetto alla giustizia

puramente legale, eccedenza che è indizio e anticipazione di rapporti

umani eticamente più densi e aperti a un orizzonte trascendente, che è

riflesso della Gerusalemme celeste e della perfetta comunione di cuori

che in essa sarà raggiunta.

Proprio perché nasce dal mistero di Dio, la comunicazione del

Vangelo custodisce la differenza: è in grado quindi di offrire ai

progetti umani l’orizzonte di senso, la contestazione critica,

l’energia progettuale. In tal modo l’esperienza cristiana evita le

riduzioni intimistiche e si fa pubblica: rigenera la libertà umana,

suggerisce progetti concreti di gesti e interventi con cui la libertà,

volendo efficacemente il bene di tutti, si mette al servizio della

comunità degli uomini.

 

[69]     La comunicazione divina, partendo dal mistero del

Padre si comunica nella Parola del Figlio e tale comunicazione si

realizza nell’Incontro, lo Spirito. Anche la comunicazione

interpersonale si realizza nella verità dei gesti di solidarietà e di

condivisione. Il progetto del “farsi prossimo” ci ha spinto nel

19851986, sollecitati pure dal Convegno di Assago, verso itinerari

comunicativi della carità: interpersonale, assistenziale, sociale,

socio-politica e ha stimolato il nascere delle Caritas parrocchiali,

che però non esistono ancora in tutte le parrocchie. La Chiesa italiana

si prepara a porre gli anni ‘90 sotto il segno della carità.

Vorrei fare due sottolineature. La prima

riguarda la carità nelle relazioni quotidiane, nelle cosiddette

“relazioni brevi”. E’ qui che si esercita ogni giorno e mille volte al

giorno la prossimità concreta, che ogni altra forma di carità trova la

sua verifica impietosa. Non pochi eccellono nella solidarietà delle

“relazioni lunghe” (di tipo più ufficiale, organizzativo,

programmatico) e vengono meno nelle relazioni brevi della quotidianità

per nervosismi, forme di cattivo umore, ripulse e sospetti infondati,

mutismi punitivi, amarezze coltivate, punzecchiature tanto frequenti

quanto inutili. Per questo occorre superare un grande ostacolo, che è

quello dell’abitudine e dello scoraggiamento. Abbiamo tentato tante

volte di instaurare relazioni vere e amicali verso le persone che ci

stanno a gomito, ma non siamo riusciti. Allora ci siamo accontentati di

un rapporto di convivenza non belligerante, di tolleranza reciproca, di

pazienza, di sospiri lamentosi, dicendo: “Tanto non cambio né io né lui

o lei”.

Partiamo dunque dalla persuasione che ormai non

c’è più molto da fare e che è già tanto stare in qualche modo insieme.

Ebbene, proprio da qui è possibile sviluppare un’“arte” dei rapporti

che inizia dalla constatazione che “non cambiamo né io né lui o lei” e

che pure qualcosa, anzi molto, può cambiare. Cominciamo rileggendo, in

questa luce, le pagine della seconda parte di questa Lettera e

mettiamoci in atteggiamento di silenzio e di ascolto davanti a Dio che

si comunica anche a chi non lo accoglie; contempliamo Gesù che ricuce

continuamente i rapporti sfilacciati tra lui e gli Apostoli o degli

Apostoli tra loro. Preghiamo la Madonna della comunicazione e

lasciamoci guidare dalla lampada che si accende nel nostro cuore al

soffio dello Spirito dell’Incontro. Vedremo che già qualcosa sta

cambiando. Basta cominciare.

Una seconda sottolineatura del “farsi prossimo

1990” riguarda un tema che spesso ho richiamato in questi ultimi tempi:

l’accoglienza e l’apertura verso gli immigrati extracomunitari. Nel

1985 tale urgenza si delineava appena; oggi è diventata un fenomeno

rilevante specialmente nella nostra città. La Caritas e la Segreteria

per gli esteri si sono fortemente impegnate per fronteggiare questa

emergenza che tuttavia deve mobilitare la capacità comunicativa delle

nostre parrocchie e gruppi. “Comunicare con chi è straniero” costituirà

una forma di attuazione di questo programma pastorale.

Non entro in altri particolari perché ne ho

parlato a lungo e in molte occasioni negli ultimi mesi. Soltanto

ricordo che si tratta di una frontiera esigente e urgente della carità

e della comunicazione.

Se oggi riusciremo a comunicare con questi

nostri fratelli, per il domani avremo preparato orizzonti comunicativi

per l’intera nuova Europa che, secondo la parola di Giovanni Paolo II,

potrebbe diventare una “Europa dello spirito”.

Concludo dicendo che forse non tutte le nostre

parrocchie (perché non poche sono lodevolmente in prima linea) hanno

capito questa seconda urgenza proprio perché hanno trascurato la prima

delle due sottolineature ora fatte. Hanno cioè identificato la carità

semplicemente con la carità assistenziale o socio-politica e hanno

deciso a priori che cosa possono fare o non fare in proposito. Non

hanno preso sul serio anzitutto il cammino della carità interpersonale

che è l’esercizio quotidiano dell’accettazione degli altri e di sé con

amore e simpatia. Così vanno a cercare più lontano quelle forme del

“farsi prossimo” che stanno sulla porta di casa, con il rischio di non

vedere neanche più bene ciò che sta oltre i confini della parrocchia.

[70]     Non voglio entrare in un discorso che ci occuperà

l’anno prossimo, ma mi sembra opportuno richiamare fin da ora qualcosa

sul rapporto tra la comunicazione in un mondo dominato dai mass-media e

la comunicazione della fede e nella fede. Molti studiosi dei problemi

della comunicazione di massa ritengono oggi che la rivoluzione

tecnologica che è sotto i nostri occhi stia modificando gli stessi

processi comunicativi ordinari. Sono d’accordo, almeno fino a un certo

punto, con tali affermazioni.

Vorrei però dire qualcosa che mi pare ancora più

importante per noi. Lo studio dei processi di comunicazione attraverso

i mass-media, in particolare di quelli elettronici, ci porta a

riscoprire, al di là del processo di comunicazione mediante segni

razionali, la ricchezza di forme di comunicazione nella fede da sempre

esistite nella Chiesa e che forse gli ultimi secoli, condizionati dalla

ragione ragionante e calcolante, ci hanno fatto un po’ dimenticare.

Vale dunque la pena, al di là di discussioni

complicate e di terminologie difficili, esercitarsi a ritrovare quelle

forme comunicative della fede, verbali e non verbali, che sono sempre

state in onore nella tradizione cristiana e che ultimamente sono state

un po’ trascurate o poco curate, perché non c’era coscienza del loro

valore.

Do alcuni pochi esempi di queste “tecniche” per

stimolare la fantasia di ciascuno a frugare nella memoria e nel tesoro

dell’esperienza propria e della propria parrocchia e rivalutare forme

antiche del comunicare cristiano.

 

[71]     Nella preghiera. Le posizioni del corpo: in piedi,

in ginocchio, la preghiera fatta camminando (per esempio nelle

processioni), le mani alzate (per esempio nella recita del “Padre

nostro”); la genuflessione, gli inchini, il gesto del segno della

croce; le mani imposte per la benedizione; il bacio del Crocifisso o

della reliquia; il bacio inviato da lontano al tabernacolo, come usano

fare i bambini… Tutti questi segni, se compiuti con serietà e senza

fretta, anzi con una certa modesta solennità sono un modo di comunicare

la fede, di far sentire che sia chi li pratica sia chi sta intorno vive

un’esperienza di fede. Ho conosciuto recentemente un giovane straniero

che, venuto in Italia per studiare le opere d’arte senza sapere nulla

del cristianesimo, è stato scosso dalla percezione dei capolavori

dell’arte sacra e insieme dalle persone inginocchiate in preghiera

nelle chiese. Anche da un solo gesto si riconosce un uomo di fede, come

da un gesto si coglie la misera esteriorità di un ossequio che di fede

ha poco! Occorre abituare i bambini fin da piccoli, in particolare i

chierichetti all’altare, ad aborrire i gesti sbadati, le genuflessioni

furtive o a sghimbescio…

I silenzi. Parlo dei silenzi personali, per

esempio lo stare in silenzio ed in ascolto prima di iniziare una

preghiera vocale o mentale, come pure dei silenzi nella liturgia: prima

di iniziare le orazioni della Messa, dopo il vangelo e la omilia, dopo

la comunione. Vi sono silenzi che appaiono pieni di preghiera e di

raccoglimento; altri che sembrano pause vuote e inutili; altri che non

ci sono più…

 

[72]     Un modo antichissimo e mirabile di comunicare la

fede è il canto. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano che Paolo e

Sila, nel fondo della prigione, ancora dolenti per le battiture, “in

preghiera cantavano inni a Dio mentre i carcerati stavano ad

ascoltarli” (At 16, 25). Il valore comunicativo, la forza della

vibrazione emotiva, sonora, ritmica, luminosa, propri del canto e della

musica sono straordinari. Le vite dei santi e dei grandi convertiti ce

ne danno autorevole testimonianza. Perciò considero il canto come

comunicazione verbale e non verbale insieme, perché gli elementi non

propriamente concettuali superano di gran lunga quelli razionali. La

musica poi ha una forza evocativa immensa.

Ma occorre che tali valori siano percepiti da

chi suona, da chi canta, da chi dirige e da chi ascolta e partecipa. Su

questo punto siamo ancora molto indietro rispetto, ad esempio, alle

comunità cristiane di altri paesi dove tutti cantano con dignità e

partecipazione. Il cantare insieme, l’ascoltare insieme qualche

esecuzione musicale appropriata in momenti ben determinati della

liturgia, l’ordine e la proporzione tra gli interventi della schola

cantorum e dei fedeli, la scelta accurata dei testi e delle musiche,

contribuiscono molto a esprimere e a suscitare sentimenti profondi di

fede, di adorazione, di preghiera.

Quante occasioni perdute nelle nostre assemblee

liturgiche! Chiedo all’Ufficio per la pastorale liturgica e in

particolare alla Sezione per la musica sacra di favorire con

intelligenza e decisione il cammino di educazione liturgica delle

nostre comunità, anche attraverso le varie iniziative che già sono

state attuate in diocesi negli scorsi anni (corsi per animatori

liturgici, ecc.). Desidero che si arrivi, lungo il biennio 1990-1992,

all’edizione ufficiale del Libro di preghiera e dei canti per la

diocesi.

Ci si potrebbe dilungare parlando dei diversi

modi di pregare in pubblico. Ho inteso solo dare qualche esempio perché

ogni comunità possa fare un esame di coscienza serio sull’insieme dei

modi con cui comunica, o potrebbe comunicare, nella fede restando

nell’ambito della propria quotidianità.

 

[73]     Anche l’essere presenti è già un modo di

comunicare. L’impegno dei nostri preti per una presenza in mezzo ai

ragazzi e ai giovani dell’oratorio, la loro disponibilità a essere

accostati per un dialogo o per la direzione spirituale, il far sentire

che si è con il cuore in mezzo alla gente, consci della propria

missione di presbiteri, è già un modo importante di irradiare la fede.

 

[74]     L’uomo è capace di raccontare miti e di eseguire

calcoli esatti e rigorosi, di fare della poesia e della informatica, di

scrivere favole e costruire robot. Perché? Non è una domanda futile. La

risposta può permetterci di capire meglio il mistero di un’umanità che

al tempo stesso prega e calcola, sogna e pianifica.

I diversi e a prima vista incompatibili

linguaggi di cui la stessa persona è capace, possono condurci a meglio

comprendere l’uomo che di tali linguaggi è autore e che in essi si

manifesta.

Oggi sembra esserci, nella mentalità comune

occidentale, trascuranza per i linguaggi simbolici e poetici a

vantaggio di una comunicazione esatta, rigorosa, controllata. Al

conoscere, si dice, deve presiedere la scienza; arte e religione,

invece, esprimono sentimenti, stati d’animo. Il linguaggio serio sembra

dunque quello dell’obiettività e del rigore. La verità e l’oggettività

si raggiungerebbero solo mediante discorsi controllati ed esatti,

mentre i discorsi dell’esperienza religiosa, come quelli dei diversi

vissuti umani, sarebbero al più espressioni di stati d’animo, di

emozioni.

Eppure noi avvertiamo che questa rigida

divisione non rispetta la nostra più profonda verità e non rispetta il

modo di comunicarsi a noi proprio della rivelazione dell’Antico e Nuovo

Testamento.

Senza niente togliere alla validità dei

linguaggi propri delle scienze, linguaggi che tendono a essere

rigorosamente univoci -il grande sviluppo delle scienze è stato

possibile proprio grazie a questo tipo di comunicazione – non possiamo

negare al linguaggio umano una molto più grande valenza di strumenti e

di significati. E’ esperienza che spesso facciamo: le parole talora non

bastano a dire la ricchezza dei nostri sentimenti. Allora ricorriamo,

per esempio, a dei gesti, a dei segni, a dei simboli che aiutino a

comunicare ciò che le parole non sono capaci di manifestare. Ogni dono,

per esempio, è guidato da questa comunicazione non puramente verbale ma

simbolica, cioè dalla capacità di istituire una comunicazione più ricca

delle parole. Tutti i simboli infatti dicono di più, dischiudono al di

là dei significati immediati e letterali ulteriori valori comunicativi.

Ecco perché la comunicazione simbolica è una

grande ricchezza umana alla quale da sempre l’uomo ha fatto ricorso.

Non è senza significato il fatto che proprio gli eventi decisivi

dell’esistenza siano stati, nelle più diverse culture, accompagnati da

linguaggi e gesti simbolici; pensiamo al nascere e al morire, alle

scelte di vita, al pasto e alla casa. Tutti questi eventi e questi

luoghi, ben al di là della loro funzionalità e del loro significato

immediato, racchiudono un valore simbolico senza del quale la nostra

esistenza sarebbe davvero insignificante. E’ qui che l’arte, in

particolare l’arte sacra, si innesta per interpretare queste dimensioni

simboliche della vita, proporle, farle vibrare, approfondirle.

Per questo la qualità umana della nostra

comunicazione non può fare a meno dei simboli; ma neppure la qualità

della nostra esperienza di fede può fare a meno di tale peculiare forma

di comunicazione. Del resto non c’è tradizione religiosa che non sia

ricorsa a tale tipo di comunicazione. Questo ci stimola a una scelta

attenta dei simboli artistici nelle nostre chiese: all’architettura

agli arredi sacri, dall’altare al fonte battesimale, dal confessionale

alla Via Crucis, dalle vetrate ai quadri e agli affreschi, dalle

tovaglie agli arazzi e ornamenti e alle vesti sacre, tutto deve essere

preparato e utilizzato con rispetto e dignità, con semplicità e con

gusto. Occorre incoraggiare gli artisti perché per primi penetrino e

poi aiutino noi a sentire la ricchezza dei valori religiosi che può

sprigionarsi dalle autentiche opere d’arte.

Pensiamo ancora a un altro aspetto così

pervasivo della vita come il tempo: possiamo semplicemente ridurlo a

una dimensione quantitativa, alla transizione inesorabile di anni,

mesi, giorni, ore? perché la Chiesa non rinuncia ad avere un suo

calendario, scandito non dai ritmi sempre identici delle stagioni,

bensì da una storia, da un cammino verso il fine (e non verso la fine)?

il tempo, senza spessore simbolico, non sarebbe forse una

insopportabile condanna?

La Bibbia è un libro pieno di simboli stupendi

ed è sempre stata per questo la grande ispiratrice degli artisti. Dal

giardino dell’Eden alla città dell’Apocalisse, dal linguaggio dei

profeti a quello delle parabole, la rivelazione di Dio all’uomo fa

costantemente ricorso alla comunicazione simbolica. Anche i miracoli,

fatti prodigiosi, sono letti dal vangelo di Giovanni come segni (cf Gv

2, 11; 4, 54 ; 20, 30-3 1 ).

 

[75]     In che senso la comunicazione simbolica è veicolo

privilegiato dell’esperienza religiosa e perciò dovrebbe essere un modo

a noi familiare per comunicare nella fede)?

Perché il linguaggio simbolico è sommamente

rispettoso della “differenza” e della “distanza”. Esso non ci mette in

presa diretta con un mondo di oggetti. A differenza del trattamento

“scientifico” della realtà, che è appunto volto a comprendere il suo

oggetto, il linguaggio simbolico non è totalmente ostensivo,

dimostrativo di un mondo di oggetti, di utensili perfettamente dominati

dalla nostra intelligenza. Così il linguaggio simbolico ci impedisce di

stabilire con la realtà e soprattutto con la realtà di Dio un rapporto

di pieno e adeguato possesso, un rapporto di dominio come avviene

invece con il linguaggio delle scienze. Il linguaggio simbolico ci

impedisce di stabilire, con colui al quale ci rivolgiamo, un rapporto

di tipo oggettivo, come un qualcosa da afferrare e da possedere. Pur

comunicandosi, Dio non sta nell’ambito delle evidenze immediate. Il

credente che si rivolge a lui e parla di lui con il linguaggio dei

simboli, pur riconoscendolo e ravvisandolo in tutto, avverte

l’impossibilità di dire di lui come si dice di tutte le altre cose. Non

senza ragione la religiosità veterotestamentaria non consentiva la

diretta nominazione di Dio.

Scopriamo così che il linguaggio simbolico,

mentre dice di Dio, al tempo stesso lo nasconde, impedendo che la sua

trascendenza finisca prigioniera dei nostri concetti. Possiamo parlare

di una comunicazione che rispetta l’alterità, la trascendenza di Dio.

Contro la tentazione di mettere le mani su Dio possedendolo

magicamente, quasi riducendolo al talismano di cui disponiamo, il

linguaggio simbolico, mentre ci aiuta a dire Dio, ne custodisce la

trascenza. Forse la pagina più suggestiva che ci aiuta a cogliere

questa singolare comunicazione del mistero di Dio è nel libro

dell’Esodo. All’accorata preghiera di Mosè perché Dio riveli la sua

gloria, il suo volto, non è data una risposta esaustiva. Dio sarà

visibile solo di spalle; il suo volto non potrà essere contemplato

faccia a faccia (cf Es 33, 18-23).

Ritroviamo la stessa logica nelle manifestazioni

del Risorto ai suoi discepoli e a Maria Maddalena: un rivelarsi che

custodisce l’incognito, un darsi che subito si sottrae alla presa della

nostra conoscenza (cf Gv 20, 11-29). Nell’incerta luce del tramonto a

Emmaus lo sconosciuto si rivela attraverso un segno –lo spezzare del

pane–e si sottrae allo sguardo (cf Lc 24, 13-35); l’apparente povertà

del simbolo custodisce la ricchezza della rivelazione.

 

[76]     Il linguaggio non è dunque un codice che si possa

esprimere a piacere con formule matematiche, ma è un mezzo

d’espressione quanto mai modulato e variato, che conta molto sugli

aspetti vibratori della parola e della frase, sulle ricchezze allusive

dell’immagine, sulla forza coinvolgente dell’evocazione, sulla scossa

prodotta dall’interiezione ecc. Per questo il parlare della fede deve

sempre nascere da una certa pienezza emotiva (presente in noi per la

grazia dello Spirito santo anche nei momenti di personale aridità), e

deve usare, come faceva Gesù, del simbolo della parabola, del racconto,

dell’esempio, dell’accenno personale, dell’appello, dell’ammonizione e

anche dell’appassionata perorazione. Non dobbiamo certo sottovalutare

l’argomentazione e la concettualità (la “fatica del concetto” rimane

sempre necessaria per “pensare la fede”), ma dobbiamo ricordare che la

trasmissione quotidiana della fede si realizza in molte modalità

differenti che si compenetrano e si aiutano mutuamente.

Non mi dilungo su questo tema che appartiene

agli specialisti. Vorrei però terminare ricordando che le civiltà

occidentali, che hanno inventato i nuovi strumenti della comunicazione

di massa, sono anche quelle radicate nella Bibbia. Esse hanno il

compito di far risaltare come la moltiplicazione degli strumenti che

trasmettono informazioni e messaggi riproducendo, più che nel passato,

il carattere visivo e uditivo, vibratorio e modulatorio, emotivo e

sensitivo dei messaggi stessi, non solo non si oppone alla trasmissione

del messaggio di Dio contenuto nella Bibbia, ma ne mette in luce la

ricchezza e la varietà espressiva.

 

[77]     Vorrei ora proporre alcune verifiche e adempimenti

pratici per aiutare le comunità a mettere in pratica quanto ho detto

finora. Divido questi suggerimenti in tre punti:

 

* verifiche che propongo a tutti;

* verifiche e adempimenti che propongo a singole

realtà. Mi limiterò a quelle entità pastorali che sono state

specialmente tenute presenti nel triennio sull’educare, per mostrare la

continuità tra i due programmi. Tuttavia ogni altra realtà potrà

interrogarsi in maniera analoga. Nessuno si senta escluso dal lavoro

suggerito da questa Lettera, unicamente perché non riceve qui una

speciale menzione;

*un adempimento pratico per una particolare

categoria di persone, che sia come un simbolo e un richiamo sintetico

di tutto il lavoro di quest’anno: i diciottenni-diciannovenni.

1. Verifiche per tutti

Fare seriamente, più volte durante l’anno,

l’esame di coscienza sulle domande espresse ai nn. 7 e 40. Il primo

adempimento è infatti l’assimilazione riflessiva dei principi esposti

nella Lettera.

2. Verifiche per alcune singole realtà

[78]     La famiglia: è il primo luogo nel quale attuare una

verifica del rapporto comunicativo. Si vedano in particolare i nn. 8 e

40. Nell’ambito della pastorale familiare potranno essere suggerite

altre iniziative, come i gruppi di spiritualità familiare promossi

dall’Azione Cattolica, che costituiscono un utile strumento per tale

revisione di vita. I consultori familiari di ispirazione cattolica

vanno incoraggiati ad ampliare la loro opera, soprattutto per quelle

famiglie dove la comunicazione è divenuta difficile o si è interrotta.

[79]     La parrocchia: è anch’essa luogo privilegiato per

la comunicazione. In essa deve verificarsi quella traduzione concreta

della comunione spirituale con iniziative atte a conoscersi, a

frequentarsi, a stimarsi. Nella parrocchia il Consiglio pastorale deve

essere uno strumento primario per comunicare e promuovere la

comunicazione. Si dedichi durante l’anno una o due sedute del Consiglio

a riflettere su questo argomento, partendo per esempio dalle domande

poste ai nn. 10 e 40. Si faccia anche una riflessione sulle qualità

comunicative degli incontri di decanato.

I gruppi: alla luce delle riflessioni accennate

al n. 10 si verifichi la qualità della comunicazione sia all’interno

del gruppo, sia nel rapporto con la parrocchia e le altre realtà della

Chiesa locale.

La pastorale vocazionale. I sacerdoti, i

religiosi e le religiose si interroghino: sappiamo comunicare la gioia

della nostra vocazione? Le comunità religiose possono porsi le domande

al termine del n. 44. Le attività di pastorale vocazionale dovrebbero

interrogarsi sulla loro capacità di cogliere le attese e le domande dei

giovani e sulla loro capacità di superare i rischi del comunicare

espresse ai nn. 34b e 34c.

I progetti educativi: le realtà che li hanno

preparati nei due anni trascorsi a partire dal programma sull’educare

li rivedano in particolare alla luce dei nn. 30-32. Le costanti

comunicative ivi indicate sono sufficientemente considerate nei nostri

programmi?

Il post-Cresima: il sussidio preparato in

adempimento di quanto indicato lo scorso anno fornirà la traccia per

rivedere quanto si è fatto in proposito nell’ambito della comunicazione

della fede ai nostri ragazzi.

Scuole per operatori pastorali: anche qui le

indicazioni date in adempimento a Educare ancora aiuteranno a fare di

queste scuole un sussidio per intendere la seconda parte di questa

Lettera (cf nn. 18-38).

La catechesi degli adulti: si veda quanto detto sopra al n. 32,7 e ai nn. 61-68.

Scuole dì formazione all’impegno sociale e

politico: saranno riprese quest’anno e forniranno l’occasione per una

riflessione attenta sui nn. 4.9.11 (cf anche nn. 15-16).

Piano Montini per i nuovi centri religiosi ed

educativi: non va dimenticato questo impegno che dovrebbe concludersi

presto se si rinnoverà la generosità di singoli fedeli, enti e

parrocchie, che ha caratterizzato i primi due anni. Si tratta di un

servizio necessario e indilazionabile alla comunicazione della fede nei

nuovi insediamenti abitativi che si vanno continuamente moltiplicando.

Pastorale universitaria: alla luce della recente

lettera del Consiglio Permanente della CEI sui problemi dell’università

e della cultura in Italia, sarà importante riflettere in particolare

sui nn. 9.11.15. 16.61-68.

Immigrati extracomunitari: sono menzionati in questa Lettera come un caso serio della nostra carità (cf nn. 4 e 69).

Il futuro Sinodo diocesano: dobbiamo prepararci

fin da ora perché costituirà una pietra di paragone del nostro saper

comunicare nella Chiesa locale. La meditazione attenta di questa

Lettera costituirà una preparazione spirituale all’evento che

celebreremo al termine del programma dedicato al comunicare.

In continuità con il programma educare, sarà nel

contempo utile tenere presenti, a livello locale, gli altri momenti di

particolare impegno educativo, coordinandoli sotto il segno della

“comunicazione della e nella fede”. Così la preparazione alla prima

Comunione, alla Cresima e alla Professione di fede, come pure la

preparazione al Matrimonio, potranno essere vivificate con alcuni

esercizi di comunicazione di fede secondo quanto raccomandato

all’inizio di questa terza parte della Lettera.

3. Una categoria particolarmente significativa

come scelta per gli anni 1990-1991 e 1991-1992: il biennio per i

diciottenni-diciannovenni.

[80]     a. Il perché di questa scelta e le principali indicazioni operative.

La categoria che scegliamo è conseguente al

cammino di questi anni. Si tratta dei diciottenni-diciannovenni (l’età

degli ultimi due anni della scuola superiore), di coloro che accolgono

la comunicazione della fede fatta dai loro genitori ed educatori e si

apprestano a trasmetterla a loro volta impegnandosi in scelte

vocazionali secondo il Vangelo. Continuiamo così l’impegno giovanile

dell’anno 1988-1989, culminato nell’Assemblea di Sichem e nel cammino

di Santiago, e quello dell’anno 1989-1990 che ha avuto i suoi momenti

forti nella costituzione dell’organismo diocesano di pastorale

giovanile e nel Gruppo Samuele.

Continuando tale attenzione ai giovani e nel

contesto della complessiva proposta diocesana per la pastorale

giovanile (che comprende tra l’altro la Veglia missionaria, la Scuola

della Parola, la Giornata della pace, la Veglia in tradizione symboli,

il pellegrinaggio a Czestochowa), vogliamo mettere a fuoco in questo

biennio la realtà dei diciottenni e diciannovenni, che già da tempo

viene seguita in diocesi con iniziative che hanno, come momenti forti,

gli Esercizi spirituali e la Redditio symboli. E’ giunto il momento di

rendere partecipe tutta la diocesi delle esperienze positive fatte in

tanti decanati. Si tratta di individuare per questi giovani alcune

tappe a livello diocesano, che potranno poi essere opportunamente

sostenute con iniziative decanali e locali secondo le indicazioni della

pastorale giovanile.

I momenti proposti a livello diocesano saranno quattro:

1. l’apertura dell’anno pastorale la sera del 7 settembre 1990, in Duomo, riservata ai diciottenni e diciannovenni;

2. un’iniziativa di natura vocazionale da proporsi nel tempo di Avvento;

3. gli Esercizi spirituali in Quaresima;

4. la Redditio symboli per i diciannovenni nel contesto della vigilia di Pentecoste ( 18 maggio 1991 ) .

[81]     b. Alcune indicazioni più specifiche per gli addetti ai lavori.

L’iniziativa per i diciottenni-diciannovenni ha

alle spalle un lungo periodo di maturazione. Nel 1979 nasceva,

nell’ambito della FIES diocesana, la proposta di Esercizi spirituali

per i giovani del diciottesimo anno di età. Nell’anno seguente l’Azione

Cattolica elaborava, in collaborazione con alcune parrocchie, un

cammino che–avendo come punto di riferimento gli

Esercizi–accompagnasse per un anno intero il cammino dei diciottenni.

Da circa sei anni l’itinerario educativo si è allargato a comprendere

gli ultimi due anni della scuola superiore, quindi anche i

diciannovenni. Ultimamente è maturata l’intuizione di concludere tale

cammino con il momento della Redditio symboli, un gesto di riconsegna

al vescovo della fede ricevuta e vissuta negli anni precedenti, e di

attestazione della disponibilità a continuare con profondità la vita

cristiana. La scelta di privilegiare questa fascia di età è motivata

dal fatto che può essere considerata un “banco di prova” della nostra

capacità di comunicare la fede: è il momento della maggiore età, del

diritto di voto, della patente; più profondamente è la stagione

dell’emergere di domande fondamentali e dell’urgenza di scelte decisive.

L’obiettivo che ci proponiamo è di accompagnare

nella fede i diciottenni-diciannovenni, di operare perché possano

essere dotati di radici profonde e di sostenere le loro domande più

vere e guidarle verso una ricerca vocazionale.

Il progetto che ci guiderà in questo biennio

sarà fatto conoscere a tutti i giovani e agli educatori. Da parte mia

vorrei proporre alcune sottolineature:

* ho già indirizzato ai diciottenni-diciannovenni la lettera per la sera del 7 settembre in Duomo;

* la situazione della diocesi non rende facile a

tutte le comunità parrocchiali la possibilità di avviare una proposta

specifica per questa fascia di età. Chiedo che si dia vita a forme di

“ospitalità verificata”: i responsabili decanali offrano a tutti i

giovani un luogo dove attuare il cammino (una parrocchia, il decanato).

Auspico che nessuno si senta destituito dalle proprie responsabilità;

tutti invece incoraggino i giovani ad affrontare qualche sacrificio per

poter crescere e ritornare alla propria comunità più arricchiti e

formati;

* per rendere possibile la diffusione capillare

dell’iniziativa, invito ogni parrocchia e gruppo a esprimere

all’Ufficio diocesano per la promozione della pastorale giovanile il

nominativo di un responsabile–educatore laico o religiosa–che intenda

esplicitamente affiancare il sacerdote nell’attenzione ai diciottenni e

diciannovenni;

* il significato dell’itinerario è di favorire

l’assimilazione della proposta e di curare i dinamismi che fanno

interiorizzare e personalizzare i contenuti via via affrontati. Per

tale strumento è indispensabile “la regola di vita” da consegnare al

vescovo durante il rito della Redditio symboli (cf anche, in proposito,

Itinerari educativi, n. 27, primo paragrafo);

* gli Esercizi spirituali si terranno durante il

periodo quaresimale. Si cercherà di offrire un numero sufficiente di

corsi di Esercizi per gruppi non troppo numerosi, con impostazione e

tematiche uniformi, così da aiutare tutti i partecipanti a compiere un

serio cammino vocazionale;

* infine raccomando a tutti un atteggiamento di

apprezzamento nei confronti di questo sforzo per creare convergenza su

una medesima proposta. Non vogliamo mortificare la vivacità di molte

comunità e iniziative pastorali; desideriamo piuttosto tenerle in tensione verso un progetto che, proponendo le stesse tappe e gli stessi contenuti, miri a superare la dispersione di Babele favorendo un linguaggio comune tra i giovani di una diocesi tanto vasta come la nostra.

 

[82]            Concludo ricordando che per gli itinerari

educativi degli adolescenti e dei giovani potrà aiutare la

considerazione di due figure di santi giovani: Pier Giorgio Frassati,

beatificato nel maggio scorso e san Luigi Gonzaga, di cui ricorre nel

1991 il IV centenario della morte.

I pastori, nell’applicazione di questa Lettera,

prendano come esempio e patrono san Gregorio Magno, di cui ricordiamo

il 3 settembre il XIV centenario dell’ordinazione episcopale e

dell’elezione a Papa (590). La prudenza e la saggezza della sua Regula pastoralis ci guidino nel nostro cammino di quest’anno. E la Vergine della comunicazione interceda per tutti noi.

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