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Mag 21 2013

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DA UNA “CASA SPECIALE” A UN TERRITORIO SOLIDALE

Si è svolto a Rimini lo scorso 21 maggio il seminario: “Una casa speciale: Accoglienza e presa in carico dei minori che vivono fuori dalla famiglia di origine e sostengo alla genitorialità complessa: processi di resilienza e modelli educativi” promosso dalla Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna e dalla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS di Rimini. La giornata di lavoro ha avuto come obiettivo principale fare il punto sulla “presa in carico” dei minori che vivono condizioni di vulnerabilità e abbandono e presentare i dati di una ricerca  che ha inteso indagare la qualità della presa in carico dei minori che vivono fuori famiglia nel territorio provinciale. Lo studio è stato coordinato dalla prof.ssa Elena Malaguti del Dipartimento di Scienze dell’Educazione di Rimini (Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione) esperta in processi di resilienza e modelli educativi inclusivi. Tra gli esperti intervenuti, oltre ai referenti istituzionali, il prof. Andrea Canevaro e la prof.ssa Francesca Maci.
In allegato una sintesi dei risultati emersi e alcune riflessioni dei responsabili della Fondazione San Giuseppe.
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Nella foto: Monica Pedroni, Elena Malaguti, Francesca Maci, Andrea Canevaro

DA UNA “CASA SPECIALE” A UN TERRITORIO SOLIDALE

 

“Non sempre possiamo essere determinanti nella vita dei ragazzi che accogliamo, ma possiamo essere come una freccia, capaci di indicare una direzione. E questo è già tanto.”

(Andrea Canevaro in occasione del Seminario “Una casa speciale”)

Oltre duecento persone si sono incontrate il 21 maggio a Rimini nell’Aula Magna della Facoltà di Scienze della Formazione per riflettere insieme di un tema che da oltre cento anni alla Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile Onlus sta particolarmente a cuore: l’accoglienza di bambini e ragazzi che trascorrono parte della loro infanzia e adolescenza fuori famiglia. “Una casa speciale” il titolo del seminario. Proprio per indicare la particolare esperienza di vita che questi minori vivono, seppure in forme e con modalità diverse e che è stata approfondita attraverso un analitico lavoro di ricerca condotto dalla Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna cofinanziato dalla Fondazione stessa e che ha visto coinvolti 205 minori e 103 adulti. Punto di forza del gruppo di lavoro che ha condotto la ricerca coordinato da Elena Malaguti è stato sicuramente l’aver coinvolto per la prima volta tutti gli attori che nel nostro territorio provinciale si occupano dell’accoglienza di minori fuori famiglia (case-famiglia, comunità, famiglie affidatarie, servizi sociali territoriali).

Nel rimandare a un’analisi più dettagliata dei risultati, vogliamo solo evidenziare che, se da un lato la qualità di vita e di relazione nelle strutture del riminese viene valutata tutto sommato soddisfacente dai ragazzi, dall’altro emerge chiaramente il bisogno di migliorare le risorse esterne, ossia quelle forme di relazioni e di accoglienza che la società tutta può mettere in campo verso i minori fuori famiglia.

Rilanciamo qui alcuni punti che hanno contraddistinto le riflessioni dei tanti e qualificati esperti intervenuti e il lavoro nei workshop tematici ai quali hanno preso parte con vivacità referenti istituzionali, educatori, assistenti sociali, genitori affidatari, insegnanti, studenti e tanti altri operatori del sociale. Confrontandoci dunque sui processi di resilienza e sui modelli educativi di presa in carico dei minori fuori famiglia ci preme dire che:

ü  Oggi più che mai c’è bisogno di informare su questi temi in maniera corretta, di sfatare pregiudizi e luoghi comuni che spesso alimentano il dibattito (bambini rubati alle famiglie, business milionari…), di sensibilizzare l’opinione pubblica tutta intorno a questa realtà;

È importante superare il dualismo comunità/famiglia che spesso ha contraddistinto la riflessione intorno all’accoglienza. Siamo convinti che di fronte a domande e bisogni complessi occorrano risposte differenziate ed eterogenee, realmente appropriate rispetto alle storie, ai vissuti e alle esperienze dei ragazzi in una prospettiva di comunità che si fa famiglia e, viceversa, di famiglia che diviene comunità;

ü  Parlare di “casa speciale” significa anche ribadire la necessità di un “territorio speciale” e quindi solidale, in cui tutti si fanno carico dei processi di accoglienza dei minori, ciascuno secondo la propria specificità costruendo reti di prossimità a partire dalle risorse del territorio (scuola, formazione professionale, centri di aggregazione giovanile…) e in cui tutta la società (dalla politica ai singoli cittadini) si mostri accogliente e inclusiva.

 

Paradigmatica è stata a questo proposito per la Fondazione San Giuseppe l’esperienza di progetti per i neomaggiorenni che solo attraverso una proficua integrazione tra le risorse del pubblico e del privato sociale è stato possibile costruire e attuare. Tema evocato anche nel cortometraggio “Capitolo 18” presentato per la prima volta proprio in occasione di questo seminario e che rappresenta la metafora di tanti ragazzi che vivono l’esperienza dell’affido etero-familiare.

Infine, in un momento di crisi economica e in cui il lavoro educativo e sociale è difficile, precario, spesso ignorato e penalizzato, non possiamo qui non esprimere un pensiero di ringraziamento a tutti coloro che quotidianamente si prendono cura di bambini e ragazzi che vivono condizioni di vulnerabilità e fatica e che, nonostante le difficoltà, riescono ad offrire a questi minori risposte di senso e relazioni significative.

Questa giornata vuole essere solo il primo passo di una riflessione che possa aiutarci a costruire nuovi modelli e sistemi di protezione ma anche la prosecuzione di un impegno che deve coinvolgere tutti a vario livello perché, siamo convinti, che la vera ricchezza di una società si misuri prima di tutto da quanto sa mostrarsi adulta e responsabile nei confronti di chi è più fragile.

RIMINI 21 maggio 2013

Guido Fontana Silvia Sanchini, Presidente e Direttore Generale della Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS di Rimini

DOCUMENTI

Una casa speciale. Accoglienza e presa in carico dei minori che vivono fuori dalla famiglia di origine e sostegno alla genitorialità complessa: processi di resilienza e modelli educativi, è il seminario in corso oggi a Rimini organizzato dalla Scuola di psicologia e scienze della formazione dell’Università di Bologna e dalla Fondazione San Giuseppe per l’aiuto materno e infantile Rimini onlus.

Cercare di capire la qualità di vita dei ragazzi in affido etero-familiare, capire i modelli, come promuovere il sostegno alla genitorialità e come far crescere una realtà inclusiva dei minori che vivono fuori dalla famiglia di origine: sono i punti principali per una riflessione generale che non riguarda solo servizi e operatori, ma «deve divenire prerogativa di tutta la comunità».

Presentati questa mattina i risultati di una ricerca sull’inclusione dei minori fuori famiglia e sulle prospettive dei processi di resilienza (Resilienza è un processo biologico, psico-affettivo, sociale e culturale che permette la ripresa di un neo- sviluppo dopo un’agonia psichica potenzialmente traumatica) e dei modelli di “resilienza assistita”, coordinata da Elena Malaguti, docente dell’Università di Bologna e cofinanziata dalla Fondazione San Giuseppe. L’indagine, condotta nel 2012 sul territorio della provincia di Rimini, ha riguardato per la prima volta in Italia tutti i soggetti che ruotano attorno al minore stesso: istituzioni pubbliche e private, agenzie educative, famiglie e gli stessi minori.

La ricerca ha utilizzato strumenti quantitativi (Schede per Strutture, Assistenti sociali e Case-Famiglia per la mappatura del fenomeno, Scheda di valutazione delle risorse del territorio per la mappatura della rete delle risorse a cui si appoggiano le strutture, Carta dei servizi delle strutture per comprendere il modello di presa in carico, Questionari self-report (minori, educatori e genitori affidatari) per indagare il livello di resilienza, l’esperienza con i minori fuori famiglia (nel ruolo di educatore o genitore affidatario), fattori favorenti o ostacolanti la funzione di tutore di resilienza) e strumenti qualitativi (Focus-group (minori, educatori, genitori affidatari, assistenti sociali, psicologi che lavorano con i minori fuori famiglia),  Interviste in profondità (testimoni significativi che si occupano da anni del tema dei minori fuori famiglia, maggiorenni/adulti allontanati dalla famiglia quando erano minorenni, genitori di origine), Attività con i ragazzi per rilevare alcune aree della resilienza sia interne che esterne.

I NUMERI

In Italia ci sono 10.227.000 minori di cui 30.700 fuori famiglia (15.200 in affido familiare e in 15.500 struttura residenziale).  

In Emilia-Romagna sono 54.814 i minori presi in carico al 31.12.2010,  In Emilia-Romagna ci sono minori 695.297 di cui 2.311 fuori famiglia di questi 1.227 in affido familiare e 1.721 in struttura (al 31.12.2010) (Fonte: relazione Assemblea Legislativa).

Nella PROVINCIA di Rimini (329.244 abitanti) sono 60.464 i minori compresi tra 0 e 19 anni (Fonte: Anagrafi Comunali, 2012). Tra i 14 e i 19 anni sono 924 i giovani in carico ai servizi (Fonte: AUSL Rimini).

LE STRUTTURE PRESENTI IN PROVINCIA

58 famiglie affidatarie, 12 case famiglia, 7 strutture residenziali socio-educative, 4 strutture diurne.

 

IL CAMPIONE

Minori di 18 anni, nati in Italia o in altri Paesi, residenti a Rimini e Provincia, in affido etero-familiare: accolti in strutture residenziali, in famiglie, in case-famiglia.

(Campione di controllo piccolo sotto-campione di minori che vive con la propria famiglia, ma frequenta centri semiresidenziali pomeridiani, Campione di minori frequentanti le scuole secondarie di Primo e Secondo grado di Rimini, campione di minori frequentanti agenzie extrascolastiche)

I MINORI COINVOLTI NELLA RICERCA SONO STATI N° 205; GLI ADULTI N° 103.

Minori in struttura N=107 La maggior parte dei ragazzi è di genere maschile e vicino al compimento dei 18 anni . La maggior parte dei ragazzi è europea e è entrato in struttura a causa di negligenze della famiglia

Minori in casa-famiglia N=14 La maggior parte dei ragazzi è di genere maschile e tra gli 11 e i 14 anni. Tutti i ragazzi sono europei. La maggior parte è entrata in Casa-famiglia a causa di negligenze della famiglia

Minori in famiglia affidataria N=24 La maggior parte dei ragazzi è di genere maschile (italiani) e femminile (stranieri) e tra 6 e i 10 anni Non c’è netta predominanza della nazionalità italiana.

Come stanno i nostri ragazzi? I ragazzi stanno bene: c’è stata una buona risposta percentuale di livello moderato e buono rispetto alla vita dentro le strutture e ai fattori di protezione interni, dalla percezione del minore rispetto alla presenza di qualcuno a cui importa di lui, che sia attento a lui e alle sue necessità, che lo ascolti e che lo aiuti, ai livelli di risposta al proprio bisogno di validazione (la presenza di qualcuno che dimostri di credere nelle sue capacità e che lo sproni a fare del suo meglio e che gli faccia da guida etico-morale).

Il dato della precarietà ossia il frequente cambiamento della casa e/o della scuola è un elemento negativo che riduce la capacità di resilienza, mentre la continuità, sia scolastica che di accoglienza, costituisce un fattore positivo.

Mostrano invece forti margini di miglioramento i fattori di protezione esterni (come scuola, casa, amicizie, comunità …) ambiti in cui emerge la difficoltà da parte dei minori di incontrare figure significative che possano in qualche modo rispondere al bisogno di validazione. Da qui l’esigenza di potenziare la rete di relazioni e di differenziare le proposte e i modelli di persa in carico sulla base della problematica d’ingresso, della tipologia delle case, delle reti di prossimità che comprendano anche i singoli cittadini.

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