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Apr 28 2013

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APG 23: “Fuori le sbarre” la cultura del perdono.

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di Cinzia sartini – Ufficio stampa ACLI

Rimini 28 aprile 2013 – ore 18:30

Si è svolto oggi il 4° pellegrinaggio organizzato da APG23 e Diocesi di Rimini. “Fuori le sbarre”: vicino ai detenuti, perchè come diceva don Oreste “l’uomo non è il suo errore”.

In provincia lo scorso anno 103 persone hanno usufruito di pene alternative, ad oggi accolte dalla comunità Papa Giovanni XXIII ce ne sono 60. La recidiva di reato, rispetto a chi vive il carcere, scende per loro, dall’80% al 10%, e la collettività risparmia circa 8mila euro al giorno.

Quest’anno l’iniziativa a carattere nazionale, ha visto camminare fianco a fianco tanti volontari del mondo cattolico, operatori carcerari e detenuti che scontano pene alternative. In marcia per chiedere rispetto anche per le inumane condizioni di vita detentiva, un centinaio di persone sono partite dalle carceri, tanti altri si sono aggiungi durante il percorso e hanno camminato pregando e cantando e portando la loro testimonianza di vita e di speranza, dalle carceri riminesi, fin sul sagrato del Duomo di Rimini, attraversando tutta la città dietro alla croce.

Storie come quella di Edoardo poco più che ventenne, dal Cile in Italia a 7 anni, in affido. Poi la ribellione, lo spaccio, il carcere, e ancora il carcere. Oggi è accolto alla casa madre del Perdono. Circondato d’amore oggi riesce a guardare al futuro. “In carcere il tempo passava e mi sentivo inutile. Oggi mi sono aperto, lavoro sulle ferite, e faccio servizio per gli altri, e un importante lavoro interiore“.

IMG_3614Simile a questa la storia che si incrocia di Antonio padre giovanissimo separato con 4 figli, alla quarta carcerazione era disperato e aveva perso la voglia di vivere. Tre anni  fa ha iniziato a frequenta il gruppo di Clara e Tino  di Rinnovamento che da anni si occupa di accompagnare in un cammino fraterno le persone che vivono in carcere e che  ne fanno richiesta con preghiera e catechesi. Oggi è libero, e vive anche lui alla Casa del Perdono di Montecolombo. Dal 2010 ad oggi, una conversione che lo ha portato per il primo anno a pregare alla  Convocazione in Fiera. “Ero ateo, avevo perso tutto e volevo farla finita, ma non mi hanno lasciato solo. Oggi vedo la mia vita con speranza e testimonio l’Amore di Gesù che ho sentito su di me, attraverso questi fratelli“.

IMG_0283In marcia con la Papa Giovanni XXIII, e i tanti carcerati giovani e adulti, Paolo Ramonda presidente dell’Associazione di don Oreste, don Andrea La Regina della Caritas Italiana, Stefania Tallei della Sant’Egidio, Anna Pia Saccomandi conferenza nazionale volontariato e giustizia, Nicola Boscoletto Presidente Cooperativa Rebus. Si  sono uniti durante il percorso Salvatore Martinez e Marcella Reni presidente e direttore del Rinnovamento nello Spirito Santo arrivati direttamente dalla Fiera di Rimini dove si è conclusa oggi la 36ma  Convocazione Nazionale. Sul sagrato del Duomo con il vescovo Francesco Lambiasi, che ha portato il suo saluto e la benedizione ai pellegrini, don Virgilio Balducchi Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane che ha celebrato la Messa a conclusione, in Basilica Cattedrale. Tante altre associazioni erano presenti con loro rappresentanti,  segno di una rinnovata unità della Chiesa riminese.IMG_0290

Come ha ricordato il nostro vescovo Francesco che non è mai mancato in questi anni a questo momento, “un pellegrinaggio dalla terra della schiavitù del carcere, alla terra della liberazione”. Dai ‘Casetti’ al Duomo, passando per mille storie di vite strappate e ricucite dall’Amore e dal perdono. Perchè, “per dirla con Papa Giovanni Paolo II: non c’è giustizia senza perdono!”

Già si vedono i primi frutti della collaborazione fra movimenti che prestano servizio nelle carceri: cinque mamme detenute con neonati potranno uscire e scontare una pena alternativa nelle strutture dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.

Per raccogliere questi ‘frutti concreti’ non bisognerà attendere molto: già cinque mamme con figli al di sotto dei tre anni detenute nel carcere di Rebibbia (sono 60 in tutta Italia le mamme dietro le sbarre che stanno crescendo i loro bambini neonati in prigione) usciranno e saranno accolte nelle strutture dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Di queste cinque una è del Rwanda ed è incinta di sette mesi, epilettica da accogliere urgentemente; un’altra è africana e tre sono Rom. Le Case Famiglia dell’APG23 che in Italia hanno dato disponibilità per accogliere mamme con bambini sono quindici.

“Lo scorso autunno – spiega Giorgio Pieri, responsabile “Servizio carcere” della Comunità Papa Giovanni per l’area di Rimini – il DAP ci aveva ‘promesso’ che 25 mamme coi loro bimbi sarebbero uscite dalle carceri per entrare nelle Case Famiglia ma, non potendo per legge dare contributi ad un’associazione come la nostra, non se ne è fatto più niente. Ma i poveri non possono aspettare: così, anche senza sostegno economico, ma solo con un piccolo contributo della Chiesa attraverso l’8×1000, noi iniziamo ad accogliere queste mamme. Nessuno però può vincere questa battaglia da solo: insieme noi associazioni, proprio come oggi, invece, potremo sfondare il muro dell’indifferenza, coinvolgendo persone, accogliendo detenuti, portandoli fuori dalle carceri e inserendoli in programmi di recupero”.
C’erano 80 detenuti presenti di cui due ergastolani ostativi, provenienti dalle carceri di tutta Italia in permesso premio: “E’ stata una giornata eccezionale – continua  Pieri – che ha unito molte carceri italiane e monasteri e conventi, in unione spirituale con chi ha camminato, per invocare un cambiamento nel sistema carcerario. Questo gesto è un primo passo: ora sono i fatti che dovranno evidenziare la reale comunione e collaborazione fra i movimenti impegnati nelle carceri, portando frutti concreti”.
Nel pellegrinaggio di domenica, fra i momenti salienti, c’è stato l’arrivo nel centro storico di Rimini quando il corteo, dietro richiesta dello stesso Vescovo, ha ‘rallentato’ per favorire la distribuzione di materiale per sensibilizzare i cittadini incontrati durante il percorso, che sono stati ‘scossi’, spezzando il muro dell’indifferenza.

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